L’intervento di restauro degli undici cavallini in legno realizzati per le scuderie del complesso di Villa Pisani a Stra è stato attuato nell’ambito della ventesima edizione di Restituzioni e curato dall’Istituto Veneto per i Beni Culturali di Venezia.
L’attribuzione dell’opera al “maggior scultore in legno che abbia avuto Venezia tra i secoli XVII e XVIII”, Andrea Brustolon, è stata proposta da Camillo Semenzato nel 1959.
Nel breve saggio pubblicato sulla rivista “Emporium”, l’autore avanza alcune riflessioni sulla produzione artistica del maestro bellunese, riconducendo al vasto corpus delle sue opere altri lavori in legno realizzati per la residenza di campagna della nobile casata veneziana.
I Pisani erano una facoltosa stirpe che sul finire del XVII secolo assunse un notevole prestigio nell’ambito della città lagunare, promuovendo un ambizioso programma di rinnovamenti per la residenza veneziana e per la realizzazione del grandioso complesso affacciato sul Brenta. L’opera prodotta da Brustolon per la villa, accogliendo l’assegnazione su base stilistica avanzata da Semenzato, si arricchirebbe anche di altre quattro statue, Venere, Ercole, Diana e Atteone, collocate sullo scalone principale del palazzo, e due angeli che un tempo si trovavano nella cappella della villa e che ora fiancheggiano l’altare maggiore della chiesa di San Pietro a Stra. Tuttavia Semenzato, abbastanza cautamente, riconduce “i preziosi e divertentissimi cavallini” delle scuderie, oltre che per ragioni stilistiche e di pregresse committenze, “se non proprio al Brustolon, alla sua bottega”, ponendoli verso il limite cronologico della sua attività.
Una della prime fabbriche progettate da Girolamo Frigimelica, ed edificata intorno al 1720, dovette essere proprio il complesso adibito a ospitare i cavalli, che era considerata una delle più autentiche e delle più belle scuderie del Settecento, dove i due vani laterali alla loggia centrale erano scompartiti internamente mediante una sequenza di colonnine in rosso di Verona con al di sopra cavallini in legno, diversi l’uno dall’altro, e che durante l’Ottocento furono dipinti a imitazione del bronzo. I venticinque esemplari superstiti di un complesso costituito all’origine da ventisei pezzi si presentano infatti con fattezze differenti, sia per atteggiamento sia per esecuzione; l’attribuzione a un lavoro di bottega è rintracciabile proprio nell’esecuzione del modellato, in cui la valenza espressiva appare diversificata e la resa dei dettagli a tratti sommaria, mentre il progetto d’insieme è ragionevolmente riconducibile a Brustolon, oltre che per la fantasia e la grazia con cui sono tratteggiate le figure, anche per le strette analogie con il cavallo del Marco Aurelio che si trova al Museo Correr di Venezia. Nella prova per le scuderie sul Brenta, tuttavia, sembrerebbero mancare proprio il pathos e la forza plastica che contraddistinguono le abilità di Andrea nel plasmare il legno, frutto di quella ricerca continua del movimento e di quella nervosità epidermica impressa alla superficie della fibra legnosa, che qui appare allentata, forse anche perché appesantita dalle numerose ridipinture soprammesse nel corso dei restauri otto-novecenteschi.
L’omissione di questo lavoro dagli innumerevoli studi dedicati allo scultore bellunese è giustificata anche dal fatto che negli ultimi decenni le precarie condizioni conservative delle scuderie ne hanno imposto il trasferimento nei depositi del complesso museale; l’intervento di restauro qui presentato ha quindi consentito non solo la conservazione materiale dell’opera, ma ha anche posto le premesse per incentivarne la futura restituzione nel suo contesto originale, nell’ambito di un generale programma di valorizzazione del parco e della sua villa.
