La “Carpita alla moresca” è un tappeto da tavolo tessuto con la tecnica ad arazzo, di grandi dimensioni e di forma rettangolare. Fu descritta per la prima volta in un inventario mediceo del 27 settembre 1553. Nel 2020 è stata oggetto di operazioni di manutenzione, in attesa del restauro del 2024-2025. Fu ritrovata da Roberta Landini nella villa di Poggio a Caiano nel 1985. Attraverso ricerche inventariali Candace Adelson aveva identificato l’oggetto con la carpita tessuta da Nicolas Karcher. L’opera è costituita da due cornici e tre elementi centrali con quattro angolari interni, di struttura geometrica su un fondo verde, con motivi decorativi realizzati con sete policrome e filati metallici, effetto argento e oro, secondo Adelson e Landini di ispirazione persiana o del Mediterraneo orientale; mentre il colore verde, il fregio interno e i decori a scacchiera sono invece di gusto occidentale. I motivi del fregio interno sembrano ripresi da un libro pubblicato a Parigi nel 1530 dal fiorentino Francesco Pellegrino. Della “Carpetta” verde esisteva un esemplare identico e precedente, tessuto nel 1549 da Karcher per il cardinale Ercole Gonzaga. Il raffinato autore del cartone del nostro arazzo mostra, secondo Adelson e Landini, lo stile tipico di Agnolo Bronzino, pittore alla corte di Cosimo I de’ Medici che, su invito di Eleonora di Toledo, aveva eseguito i cartoni di altri due “tappeti da tavolo alla moresca” di cui il nostro esemplare rappresenterebbe l’unico sopravvissuto. Si tratterebbe quindi di due arazzi o “carpite alla moresca”, di cui uno a fondo rosa che viene rappresentato in primo piano nell’arazzo del Mese di Luglio detto anche del Castello di Vincennes, opera di Charles Le Brun, tessuto ben sette volte nella Manufacture Nationale des Gobelins tra il 1668 e il 1694, forse ispirato a un tappeto da tavolo mediceo donato alla monarchia francese e oggi disperso. Da notare che il disegno è identico a quello del nostro arazzo, ma cambiano solo i rapporti cromatici. Il terzo, di misure più ridotte (343 × 206 cm), è stato individuato in un arazzo già della collezione Stefano Bardini. Gli inventari dimostrano che fino al XIX secolo il nostro “tappeto da tavola” era conservato tra gli arazzi e le tappezzerie della Guardaroba granducale mediceo-lorenese, esposto solo in occasioni particolari. Quando, nel 1865, Firenze divenne capitale d’Italia, fu inviato a Poggio a Caiano e collocato su un tavolo ovale ottocentesco, ancora presente nella villa. Tale sistemazione causò lo sbiadimento della seta verde negli angoli.
Un nastro perimetrale ottocentesco di velluto azzurro su fondo giallo è stato smontato durante il restauro, mettendo in luce la sigla dell’arazziere Nicolas Karcher tessuta in controparte e quella della manifattura fiorentina (due «f» per Factum Florentiae, con al centro la palla medicea, in seta rossa), entrambe in filato metallico dorato. Sono stati rinvenuti anche segni rossi e gialli di varia forma, posti sulla cimosa originale a una distanza regolare di 34,75 cm, segni che – come suggerito da Lucia Meoni – indicavano le mezze “alle” della tessitura, cioè la quantità di tessitura per la quale ogni tessitore era pagato, corrispondente a 0,695 m. Nel 2020 la carpita è stata oggetto di operazioni di manutenzione a cura di Lucia Nucci.
L’attuale restauro, improntato ai principi del “minimo intervento”, oltre a consolidare l’opera, ha rivelato scoperte utili ad accrescerne la conoscenza e quindi il valore storico.
