La statua, ricavata da un unico blocco di calcare, rappresenta la parte superiore di una figura femminile alata. Il corpo, nudo, è modellato con estrema semplificazione ed essenzialità, e alla strettezza delle spalle si contrappone una vistosa dilatazione lungo la linea dei fianchi. La figura regge innanzi a sé un manto, che ai lati si gonfia in ampie volute, mentre anteriormente forma una progressione di pieghe dentro cui è raccolta della frutta. Volto e capigliatura sono costruiti secondo rigorosi moduli di stampo classico: naso diritto, arcate sopraccigliari regolari, labbra serrate dal profilo mosso; i capelli, con scriminatura centrale, sono a ciocche voluminose e ondulate, raccolti sulla nuca in un probabile chignon dal quale scendono due boccoli. Le ali sono molto ampie e aggettanti, e il piumaggio è descritto minuziosamente e calligraficamente in ogni particolare.
Rinvenuta nel 1938, la scultura proviene da una necropoli ubicata in prossimità della fiorente città romana di Altino (Venezia). Attribuita a un atelier locale e databile alla prima metà del I secolo d.C., la statua doveva fare originariamente parte dell’apparato decorativo di un monumento funerario.
L’opera sembra rappresentare una delle Horae, figure divine legate alla fioritura e alla crescita sia della vegetazione che della vita umana. Esse divennero le allegorie delle Stagioni, ciascuna contraddistinta da precise connotazioni: l’attributo della frutta raccolta in grembo compete all’Hora dell’Autunno, con cui si può quindi identificare la nostra statua. La sua appartenenza a un monumento funerario – isolata o, verosimilmente, accompagnata dalle statue delle altre Stagioni a completare il ciclo – indicherebbe una pregnante allusione simbolica alla ciclicità e transitorietà della vita.
Più problematico interpretare l’attributo delle ali, in quanto la raffigurazione delle Horae come creature volanti non sembrerebbe attestata prima del II secolo d.C. Si può ipotizzare, data la nota creatività degli ateliers altinati, una contaminazione del modello iconografico della Hora con quello della sfinge funeraria alata, ampiamente diffusa nella produzione locale.
La statua, forse al momento del rinvenimento, fu sottoposta a un intervento di restauro: le ali vennero riunite al corpo utilizzando dei perni in ferro e vennero collegate fra loro da un tirante metallico; come collante si utilizzò cemento, che determinò delle vistose scolature. Durante il restauro Restituzioni 1999 è stata eliminata la barra orizzontale e sono state staccate le ali. Il cemento è stato asportato con l’impiego di scalpellini, vibroincisori e bisturi. Il velo di depositi di polveri e sporco, che scuriva le superfici, è stato eliminato con getti di acqua atomizzata; una diffusa pigmentazione nerastra è stata attenuata ricorrendo a ripetuti impacchi con solventi organici e altri prodotti. Sulle superfici di frattura e come consolidante è stata utilizzata resina acrilica. L’incollaggio delle ali è stato eseguito con resina epossidica e inserendo perni filettati in acciaio. Infine sono state stuccate le fessure con una malta composta di polvere di marmo e resina acrilica.
Redazione Restituzioni
