Santa Barbara e Santa Maria Maddalena di Bartolomeo Vivarini sono a evidenza parti di un polittico andato smembrato di cui finora non si sono rintracciati gli altri scomparti. A partire dalla metà del Seicento i dipinti sono attestati a Venezia nella chiesa parrocchiale di San Geminiano, edificio di antichissima fondazione, situato in un luogo di eccezione, ovvero sul lato occidentale di piazza San Marco, proprio di fronte alla basilica marciana.
Il primo a ricordare di Bartolomeo Vivarini “due figure dalle parti del Crocefisso nella cappella del Sansovino in San Geminiano” è Carlo Ridolfi (1648), e la conferma che si tratti proprio delle due sante qui in esame viene da Marco Boschini (1664, 1674), che menziona nella “Capella del Christo […] due figure una per parte dell’Altare, cioè, Santa Maria Maddalena, e S. Barbara di mano di Bortolameo Vivarino”; dunque due tavole già scorporate dall’insieme d’origine ed esposte separate una per parte a lato dell’altare. Successivamente, le due tavole vennero trasferite in un locale adiacente alla sagrestia, dove le ricorda Anton Maria Zanetti (1733).
Data l’assenza di precedenti testimonianze, non si ha certezza dell’originaria destinazione del polittico. Della configurazione quattrocentesca della chiesa di San Geminiano, precedente la radicale ristrutturazione avviata dal pievano Matteo Eletti (1504-1523) e conclusasi, dopo una lunga interruzione, con la costruzione della nuova facciata di Jacopo Sansovino, sappiamo davvero poco per la scarsità del materiale documentale superstite, specie precedente la metà del Cinquecento. L’inventario dei beni del 1461, unito all’unico catastico antico esistente della chiesa (1461-1570), ci consegna l’immagine di un edificio adorno di alcune sculture lignee di santi e di statue lapidee di tema mariano. Le prime informazioni sugli altari della chiesa risalgono alla visita apostolica di Agostino Valier del 1581, che attesta la presenza di pale marmoree sull’altare maggiore, intitolato a san Geminiano, e sui due adiacenti dedicati al Santissimo Sacramento e alla Vergine, e di pale dipinte sui soli altari laterali intitolati a santa Caterina e a sant’Elena. Si doveva trattare dell’Angelo annuncia il martirio a santa Caterina d’Alessandria di Jacopo Tintoretto, che Francesco Sansovino (1581) attesta aver sostituito un’opera di Giovanni Bellini andata perduta, e della Sant’Elena e i santi Menna e Geminiano, riferita dalle fonti a un certo Bernardino da Murano, oggi conservata alle Gallerie dell’Accademia. L’assenza, inoltre, di evidenze documentarie circa l’esistenza di un altare intitolato a santa Barbara o la presenza delle reliquie della santa nella chiesa di San Geminiano alimenta l’incertezza sulla provenienza antica dei dipinti, considerato che la collocazione dell’iscrizione con la firma dell’artista e la data 1490 sulla Santa Barbara indirizza a ritenerla, anche per comparazione con altri insiemi, scomparto centrale dell’originario polittico.
L’intervento di restauro ha ridato leggibilità ai dipinti: le figure hanno ritrovato una forma volumetrica piena e una nuova intensità e luminosità di tono volta a esaltare le trasparenze vitree dei rosa, dei verdi e degli azzurri. Ritratte a piena figura, campite su un fondale d’oro, da cui risultano sepa- Veneto Santa Barbara, Santa Maria Maddalena Veneto Santa Barbara, Santa Maria Maddalena rate da una tenda d’onore, attributo di regalità, le sante, saldamente ancorate al basamento marmoreo da lunghe vesti ricadenti in abbondanti falde increspate di pieghe, che conferiscono loro una solidità quasi colonnare, si articolano nello spazio con misurata energia e maniera aggraziata.
Santa Barbara, in posizione frontale, esprime una grande eleganza sia nel dolce reclinare del viso sia nel perfetto bilanciamento della posa. Santa Maria Maddalena, in posizione leggermente obliqua, così da avanzare illusionisticamente oltre il piano bidimensionale della superficie dipinta, presenta una dilatazione formale maggiore e un’articolazione dei panneggi più sciolta.
All’interno della produzione tarda di Bartolomeo Vivarini, impegnato in modo continuativo, a partire dal 1485, a soddisfare le committenze del territorio bergamasco, le sante rappresentano un unicum sotto il profilo della destinazione veneziana e offrono una importante testimonianza dell’alta qualità espressa dal maestro anche nelle opere estreme, allorché pienamente autografe.
