Un corteggio di chierici si accalca alle spalle delle due figure monumentali che occupano il primo piano del dipinto, mentre una luce soprannaturale investe Celso che, in ginocchio sulla sinistra, è raffigurato in atteggiamento assorto e concentrato nel momento in cui san Pietro, riconoscibile per l’attributo delle chiavi, lo consacra vescovo di Pozzuoli.
Tra gli accoliti si distinguono due figure in atto di porgere la mitra e il pastorale, allusivi alla carica vescovile. Un terzo giovane distoglie l’attenzione da un testo sacro, mentre, sulla sinistra, un fanciullo, mosso da curiosità, scosta la cotta plissettata di un chierico per osservare l’evento da vicino.
Destinato a decorare la parete sinistra del coro della cattedrale di Pozzuoli, che nel quarto decennio del Seicento fu interessata da lavori di ristrutturazione e rinnovamento decorativo, il dipinto raffigura la consacrazione del vescovo puteolano.
Promotore degli interventi che avrebbero dato una veste barocca alla chiesa, costruita all’interno di un tempio romano di età augustea, fu il vescovo agostiniano Martín de León y Cárdenas (1584-1655).
La tela, attribuita a Paolo Finoglio, appartiene a un vasto ciclo di opere, commissionate dal presule spagnolo ai principali pittori attivi a Napoli negli anni trenta del XVII secolo – tra cui Giovanni Lanfranco, Artemisia Gentileschi e Massimo Stanzione –, con episodi della vita di Cristo, della Vergine, degli apostoli Pietro e Paolo e di santi legati alla devozione puteolana. Il programma iconografico scelto voleva sottolineare l’antica origine della chiesa della città.
Sotto il profilo stilistico, il dipinto di Paolo Finoglio è testimonianza della maturità dell’artista.
Sebbene tradisca ancora la formazione tardo manieristica del pittore, l’opera si caratterizza per una particolare sensibilità luministica, che risente della lezione caravaggesca – assimilata a contatto con Battistello Caracciolo –, evidente nel vibrante gioco chiaroscurale delle fitte pieghe dei panneggi e in alcuni preziosismi, visibili nel piviale di san Celso, che richiamano l’arte di Artemisia Gentileschi.
La storia conservativa dell’opera è discretamente documentata: un primo intervento risale al 1929, quando il vescovo Petrone dispose il restauro di tutte le tele del coro che venne affidato a Umberto Chiarello. Nel maggio del 1964 si presentarono gravi problemi conservativi, quando un incendio interessò la copertura della navata centrale della cattedrale, compromettendo lo stato delle opere.
Nel 1968 si cercò di porre rimedio all’inaridimento della superficie pittorica, che appariva rigonfiata e cotta in alcuni punti. A questo intervento sono imputabili le operazioni di rinfodero, stuccatura delle zone bruciate e l’esecuzione di estesi ritocchi pittorici. Infine, nel 2014 l’opera fu ricollocata nel secondo ordine della parete di sinistra in occasione della riapertura della cattedrale. L’intervento attuale, dettato dalla necessità di ripristinare lo stato conservativo della pittura, compromessa da forti sbalzi termoigrotermici, si è reso necessario per restituire un migliore sostegno alla pittura e la corretta leggibilità della tela e della ricchezza del dettato pittorico, ottenuto mediante opportune operazioni conservative e la rimozione delle vernici ossidate e delle ridipinture. Un’ampia campagna diagnostica ha guidato i restauratori nella scelta delle metodologie più idonee da utilizzare.
