Gerolamo è seduto all’ombra di una quercia, sopra una roccia; nella mano destra tiene un rosario, nella sinistra un libro, allusione alla sua traduzione in latino dell’Antico e del Nuovo Testamento. Accanto a lui è accovacciato il leone, immancabile attributo iconografico. Alle sue spalle si spalanca un vasto paesaggio in gran parte occupato da un complesso di edifici monastici e da una chiesa. La scena è animata da monaci intenti alle più diverse occupazioni e da numerosi animali. Tra questi ultimi si riconoscono un’upupa, un picchio, un pavone, un babbuino, un cervo e un asino. Gerolamo non è rappresentato come un anacoreta nel deserto o vestito del rosso abito cardinalizio, ma è raffigurato nelle vesti di abate, quando alla fine della sua vita decise di ritirarsi in eremitaggio a Betlemme, dove fondò un monastero maschile. Il santo assurge perciò a esempio di una vita claustrale equamente suddivisa tra vita attiva e vita contemplativa.
La prima notizia sul dipinto risale al 1799, quando è esposto alla mostra di pittura antica tenutasi sotto il Palazzo Vecchio di Bergamo come opera di proprietà dei conti Marenzi. La tela è testimoniata in casa Marenzi a Bergamo durante la prima metà dell’Ottocento per poi ricomparire nella raccolta di Giovanni Morelli, dove è documentata a partire dall’aprile 1866. Alla morte dello storico dell’arte, nel 1891, il dipinto giunse in Accademia Carrara.
L’opera è firmata da Bartolomeo Montagna nell’elegante cartiglio collocato in basso al centro della scena. Tale riferimento non è mai stato messo in dubbio e gli studiosi sono sostanzialmente concordi nel sottolineare la notevole qualità del dipinto. Tradizionalmente, la tela è collocata nella stagione matura dell’artista, con una lieve preferenza per una datazione intorno al 1515. Tuttavia, recentemente sono emerse posizioni differenti che tendono ad anticipare al primo decennio la cronologia del dipinto.
Si sono sottolineate le affinità con i cicli narrativi licenziati da Vittore Carpaccio nel primo decennio del Cinquecento, proponendo di fissare la datazione del San Gerolamo al 1504-1505. Inoltre, si è notato come la tela bergamasca riutilizzi motivi provenienti da due dipinti eseguiti precedentemente da Montagna: il San Gerolamo della Pinacoteca di Brera e il San Gerolamo conservato a Ottawa.
Il recente restauro ha restituito una migliore leggibilità all’opera e il notevole recupero cromatico consente di apprezzare la scrittura minuta delle figure e dei dettagli, valorizzando la felice vena narrativa del dipinto. Il saio di Gerolamo appare ora di un bellissimo colore ramato che conferisce una consistenza quasi metallica al panneggio. L’elegante alternanza fra la terra tinta di rosa del mattone e il bianco della pietra che caratterizza le architetture richiama alla memoria alcuni fondali della pittura di Carpaccio, confermando il legame suggerito nella letteratura recente con alcuni lavori dell’artista veneziano. La relazione con queste opere non comporta però una datazione del San Gerolamo in stretta contiguità cronologica con esse. La tela bergamasca è anche l’esito dell’incontro con Giorgione, come indicano soprattutto l’impaginazione della scena, il rapporto tra figura e paesaggio, l’idea di ambientare l’episodio nell’ora in cui le luci del giorno si smorzano e il cielo s’incendia del colore del tramonto. Per questo motivo mi pare sia da accogliere la proposta di datazione al 1507 circa avanzata recentemente.
