Il dipinto si trovava nell’antica chiesa di “Villa Mansoni” situata sul fiume Adige, di fronte a Badia e all’abbazia della Vangadizza. La chiesa, intitolata appunto all’apostolo Bartolomeo, fu distrutta dopo il 1934. Si trattava di un edificio di fondazione trecentesca, che nel corso del tempo doveva avere raggiunto dimensioni quasi basilicali. Lo confermano da un lato le dimensioni della pala in esame, dall’altro le testimonianze legate alle visite pastorali, che documentano la presenza di ben nove altari (tre absidali). Il dipinto in esame, con una scultura lignea dorata raffigurante ancora san Bartolomeo, si trovava sull’altar maggiore, dettagliatamente descritto nel corso di una visita pastorale del 1635, visita che non manca di segnalare la bellezza della tela: “mira manu picta” (dipinta da mano ammirevole).
Il problema principale che il dipinto solleva riguarda l’identità dell’artista che l’ha eseguito. Va innanzitutto tenuto presente che sull’altar maggiore della chiesa parrocchiale di Fratta Polesine, al di là dell’Adige, si trova un dipinto raffigurante la Madonna con il Bambino in trono, S. Pietro e S. Paolo che può essere attribuita al medesimo autore. Se i caratteri stilistici di questi due dipinti rivelano un artista cresciuto nello stretta cerchia di Paolo Veronese, l’impianto spaziale sembra collocarsi sulla scia di Tiziano, mentre la stesura fitta delle pieghe, il potente lumeggiare delle creste, e la resa dei volti, piccoli e puntuti, evidenziano la conoscenza di Tintoretto. Si tratta dunque di opere di un autore che fa sfoggio di una cultura vicina ai grandi veneti, pur con echi di una frequentazione bresciana. Si può dunque avanzare l’ipotesi che l’autore del dipinto di Masi sia Dario Varotari, allievo di Veronese, attivo con il maestro a Venezia negli anni Sessanta del XVI secolo.
Uno spesso strato di fumo e polvere e l’ossidazione delle vernici rendeva quasi illeggibile il dipinto. Il telaio inoltre non era più in grado di reggere in tensione la tela. Oltre alle ridipinture che, pur riguardando soprattutto i fondi, apparivano fortemente alterate, si potevano scorgere in altre zone stuccature spesse e grossolane. Con una accurata pulitura è stato possibile recuperare quanto della pellicola pittorica originaria era prima completamente ricoperto. La pulitura ha messo in evidenza anche un pentimento dell’artista, che probabilmente aveva in un primo tempo tracciato un paesaggio dietro la figura in piedi. Non è stato possibile intervenire sulle ridipinture perché troppo forte era il rischio di alterare irreparabilmente il pigmento originale sottostante. Le stuccature sono state eseguite mescolando pigmenti allo stucco, per intonarlo alla mestica originale. L’integrazione pittorica è stata eseguita con tempere acquarellate e colori a vernice per ritocco. Il dipinto è stato quindi verniciato fino a saturazione per permettere una completa fissatura del pigmento e infine è stata stesa una mano di vernice Matt protettiva.
Redazione Restituzioni
