Protagonista dell’immagine è la Vergine Maria, dai bei tratti delicati, comodamente assestata su un seggio, di cui si intuisce la struttura sotto il fluire delle morbide vesti. Sulle sue ginocchia si appoggia il Bambino, un po’ rannicchiato e ripreso di profilo, mentre volge indietro, quasi di scatto, la testa coronata di riccioli biondi. A terra, nell’angolo a sinistra, si trova san Giuseppe, che mostra le spalle a chi guarda, contemplando la tenera scena di maternità. Dall’altra parte Giovannino, accompagnato dal consueto attributo dell’agnello (quello del sacrificio, che egli è venuto ad annunciare) fa capolino dal manto della Vergine, quasi spaventando il piccolo Gesù ormai consapevole del destino di Passione che lo attende.
La critica ha riconosciuto nel dipinto la piccola pala che Carlo Ridolfi nel Seicento aveva visto nella chiesa della Maddalena a Padova. Ipotesi che è stata successivamente suffragata da alcuni documenti reperiti in Archivio di Stato a Venezia, dove si parla della soppressione della chiesa padovana nel 1767 e del conseguente trasferimento di alcuni dipinti presso San Barnaba a Venezia, dove è ora custodita l’opera.
La critica si è inoltre concentrata sulla complessa questione cronologica, che ora sembra risolta in favore di una datazione intorno all’ottavo decennio del XVI secolo, grazie al confronto con altre opere dello stesso periodo, caratterizzate da un analogo luminismo cromatico.
Il restauro ha consentito di apprezzare la qualità cromatica dell’immagine e, in particolare, l’azzurro intenso della veste della Vergine, restituito pienamente nella sua brillante cromia originaria.
L’opera, prima del restauro, appariva infatti offuscata da una spessa patina di vernici ingiallite, che peraltro impediva di riconoscere la diversità del tessuto pittorico tra la parte originale e l’aggiunta che interessa la figura di Giuseppe. L’incertezza compositiva che caratterizza quest’ultimo può quindi essere spiegata in relazione a un intervento settecentesco, avvenuto nell’occasione del trasferimento a San Barnaba e dunque alla necessità di adattare la pala al nuovo spazio dell’altare. L’aggiunta si è rivelata chiaramente solo con l’operazione di pulitura e ha trovato conferma nelle analisi chimiche, che hanno fornito un valido aiuto alla scientificità del restauro e della lettura critica.
Redazione Restituzioni
