Ghislandi è ritrattista critico della società e intellettuale di dimensione europea.
A Venezia entra per necessità nell’ordine dei frati minimi come frate laico col nome di Vittore; sarà Fra Galgario nel convento omonimo a Bergamo.
Ha rapporti stretti coi bergamaschi conti Tassi, suoi probabili protettori. Il ritratto, opera della piena maturità dell’artista (1725 circa), rappresenta un gentiluomo della casata ancora anonimo. Attestato in Palazzo Tassi a Bergamo, a Seriate è in collezione Piccinelli (1859); Ettore Modigliani lo acquista per lo Stato e lo destina a Brera (1918).
L’elegante marsina infustita è abbinata alla candida parrucca incipriata mossa da una sinuosa boccolatura; la postura e i gesti esprimono sensualità e sottile arroganza. Sull’abito scuro si accende un incarnato di rosa e rossi, vivido nelle labbra carnose appena aperte. L’abito, bordato da un ampio ricamo in filo d’argento, rievoca le sontuose finiture dei tendaggi delle Vanitas di Evaristo Baschenis: il ritratto è ibridato alla natura morta. La vanità dell’effigiato ha la profondità d’analisi dei personaggi drammatici del libertino Molière, indagatore di vizi umani, diffuso a Venezia in edizioni dialettali. La città libertina gli è congeniale nella tolleranza, il libero uso della ragione, l’accesso ai libri proibiti, l’esaltazione della natura e del piacere.
Antibarocco e antiaccademico, Ghislandi è attratto dai realisti del Nord ivi conosciuti, che dipingono su fondi scuri soggetti esplorati nell’interiorità, e pratica il ritratto derivandolo dall’autoritratto, impostando il lavoro su un doppio fronte: l’intenzionalità di apparire degli effigiati e l’essenza del carattere del soggetto colta dal pittore. La via che segue è quella del “ritratto parlante”, che ha conosciuto a Milano.
Fine moralista e indagatore di vizi, fa probabilmente tesoro della pratica della confessione, di cui i paolotti sono specialisti. Pittore-filosofo, infrange il dettame tridentino del cardinal Paleotti, che voleva nei ritratti esempi di virtù cristiane.
