I due oggetti esposti in mostra fanno parte di un più ampio parato liturgico, detto “parato verde” per il colore che ne profila i contorni, e furono prodotti in Messico all’inizio del XVIII secolo dai mosaicisti di penne, gli amantecas. Il parato è costituito da sei pezzi: pianeta, mitra, stola, manipolo, borsa e palla copricalice. Qui illustrate sono due parti (pianeta e stola) dell’abbigliamento utilizzato dal sacerdote nell’atto della celebrazione eucaristica: la pianeta è riconducibile al modello romano, con apertura trapezoidale per il capo e ornata sul retro dalla tipica striscia verticale centrale detta “colonna” e sul davanti da una croce commissa, a tau; essi presentano una decorazione floreale che segue un andamento verticale. La presenza nel parato di una mitra lo predisponeva per essere utilizzato da un prelato nel contesto di un pontificale.
L’ars plumaria era molto diffusa nella cultura mesoamericana, che attribuiva ai manufatti realizzati con penne di uccello un potere soprannaturale che si estendeva per contatto alle persone che li utilizzavano. Essa era tradizionalmente impiegata per la produzione di abiti cerimoniali destinati alla classe sacerdotale e all’aristocrazia guerriera. Con l’avvio dell’evangelizzazione cristiana nel Nuovo Mondo, la produzione plumaria si diversificò ulteriormente producendo paramenti liturgici e oggetti utilizzati per il decoro di altari e statue votive, divenendo essa stessa un simbolo del radicamento della nuova religione nei territori conquistati.
Un minuzioso intervento di restauro ha consentito di fare luce sulla tecnica esecutiva con cui il parato fu realizzato: su una base di piume bianche, gli amantecas utilizzarono per le decorazioni floreali diverse tipologie di penne dai colori molto vivaci appartenenti ad alcuni uccelli originari delle foreste tropicali, spesso cresciuti in allevamenti dislocati in Chiapas, Guatemala e Honduras, le cui piume alimentavano un fiorente commercio alla base della loro attività. Il motivo floreale scelto a decorazione del parato è valorizzato dall’iridescenza e dalla gamma cromatica delle penne utilizzate. Esse, infatti, risultano molto brillanti e cambiano colore a seconda delle condizioni di illuminazione e della posizione dell’osservatore. L’analisi condotta ha permesso di giungere a conclusioni interessanti circa le modalità con cui furono prodotti, riconducibili a una serialità e a una dislocazione delle lavorazioni – come suggerirebbero le strisce già assemblate e applicate in un secondo tempo al paramento – segno evidente di una richiesta su larga scala di questi oggetti.
Il parato fu donato dal cardinale Filippo Acciaiuoli (1700-1766) ai padri oratoriani quando fu elevato alla porpora cardinalizia (24 settembre 1759). Egli ricoprì la carica di nunzio apostolico in Portogallo e questo suo ruolo può spiegare come sia entrato in possesso del parato, che potrebbe essere giunto a Lisbona come dono diplomatico. Gli oggetti ricamati con piume provenienti dal Nuovo Mondo ebbero infatti larga fortuna nel mondo collezionistico europeo, giungendo prevalentemente attraverso canali missionari o diplomatici. Il nostro parato veicola in modo emblematico il valore della mediazione culturale tra l’identificazione della tecnica propria della civiltà di partenza e il contesto religioso del destinatario.
