Il pannello, di forma rettangolare e lavorato con un rilievo particolarmente aggettante, raffigura una delle fatiche di Ercole, nello specifico la cattura della cerva di Cerinea, il quadrupede maculato, dotato di palchi d’oro (nonostante fosse femmina) e zoccoli di argento e bronzo che la ninfa Taigete aveva dedicato alla dea Artemide per averla salvata dall’inseguimento da parte di Zeus.
L’organizzazione dello spazio è tale da far risultare la scena quasi compressa entro i margini della lastra. Ercole è imberbe e privo di vesti e ha alla sua sinistra un tronco d’albero cui sono appesi la faretra e la pelle del leone Nemeo, due attributi spesso a lui associati, come la clava visibile tra le zampe del quadrupede. L’eroe è colto nell’atto di afferrare la cerva per le corna con un gesto differenziato delle braccia, vale a dire la destra abbassata e la sinistra alzata. La zampa posteriore sinistra della cerva è bloccata da Ercole, il quale preme con il ginocchio sinistro il dorso dell’animale che, per contrastare l’attacco, punta al suolo la zampa posteriore libera e si inarca. Negli ultimi anni alcuni studiosi hanno ritenuto di vedere nel quadrupede un cervo maschio, per l’ipotizzata presenza degli attributi, da intendere per altri come mammelle.
In gioventù lo scultore greco Lisippo (390- 306 a.C.) creò per un santuario presso il porto di Alyzia, nell’attuale Kandila, un gruppo scultoreo bronzeo raffigurante le imprese erculee che poi fu trasferito a Roma, diventando un fortunato modello iconografico al quale attinsero i successivi artisti impegnati nella creazione di immagini raffiguranti l’eroe (Diodoro Siculo, Bibliotheca, II, 5, 1-12).
La scena che coinvolge la cerva di Cerinea è una di quelle che nel corso del tempo ha avuto il maggior numero di varianti, e anche in seguito alla definizione della serie canonica l’immagine fu raffigurata in differenti versioni che interessavano la postura di Ercole. Lo schema che vede l’eroe con entrambe le mani sul palco della cerva combattiva, come nel caso ravennate, è probabilmente da riferire al modello realizzato da Lisippo nel suo gruppo scultoreo, a noi noto attraverso una riproduzione impiegata in una fontana in bronzo (fine del I secolo a.C. – inizi del I secolo d.C.) rimessa in luce nella Casa di Sallustio di Pompei nel 1805, ora al Museo Archeologico Salinas di Palermo, e trova molti confronti soprattutto nelle immagini a bassorilievo che decorano le pareti di numerosi sarcofagi a fregio continuo o a colonne prodotti nel II-III secolo.
Le più precoci attestazioni della presenza in Ravenna della lastra risalgono ai primi anni del XVI secolo. Entrata a far parte delle collezioni della famiglia Rasponi, nel 1893 fu donata al Museo Nazionale, da poco costituito. Non siamo in grado di determinare la collocazione originaria del pannello, secondo alcuni da individuare nella Basilica Herculis restaurata da Teodorico nella prima metà del VI secolo, e nemmeno di accertare l’ipotesi, formulata da alcuni studiosi, di riconoscere nel rilievo una spoglia giunta a Ravenna dopo il Sacco di Costantinopoli del 1204. È molto più plausibile, tuttavia, che il pezzo, al pari di altri materiali di altissima qualità acquisiti nel V e VI secolo, giungesse sì da Costantinopoli, ma in antico, come altri hanno supposto. Tuttavia, anche se per ora sono state realizzate solo analisi macroscopiche, il recente intervento di restauro, che ha eliminato dalla superficie della lastra i residui di un trattamento effettuato negli anni settanta del Novecento restituendo alla pietra il colore primitivo, ha permesso di escludere che il marmo impiegato per il rilievo fosse proconnesio. Questa considerazione, se confermata da indagini più approfondite, lascia aperta l’individuazione dell’atelier di produzione.
