Il nucleo di undici disegni e una stampa del Museo Civico di Barletta afferisce principalmente a due donazioni, quella di Giuseppe Gabbiani e quella di Ferdinando Cafiero, a cui si aggiunge la raccolta di piccoli studi di figure femminili eseguite dal barlettano Vincenzo De Stefano durante il suo soggiorno laziale, tra Viterbo e Vignanello. Sei opere sono pervenute attraverso la donazione effettuata nel 1936 da Ferdinando Cafiero (1864-1945), singolare figura di collezionista attivo nella prima metà del Novecento tra Barletta e la Toscana.
Altri cinque disegni provengono dalla donazione disposta nel 1932 da Giuseppe Gabbiani (1862- 1939), artista e collezionista attivo principalmente a Napoli. All’ambiente artistico settentrionale, e toscano in particolare, sono riconducibili le opere donate da Cafiero: da un interessantissimo Studio di putti, probabile studio per una Strage degli Innocenti, firmato da un artista noto solo attraverso il monogramma “NTR” e databile alla prima metà del Seicento, a un elegante Studio di nudi virili attribuito dubitativamente a Polidoro da Caravaggio, presentato in un allestimento su foglio di supporto che permette di ipotizzarne la provenienza da una collezione americana o inglese, oppure, in alternativa, interpretabile come una predisposizione dell’antiquario rivolta ad acquirenti di lingua inglese. Sempre di provenienza toscana, si segnala uno studio di Cristofano Allori per il San Giuliano l’Ospedaliere che aiuta un pellegrino a scendere dalla barca, dipinto eseguito tra il 1612 e il 1618 per il granduca Ferdinando II e conservato a Firenze nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti (olio su tela, 259 × 202 cm, inv. 1912 n. 41), tradotto in arazzo nel 1653 da Pierre Lefebvre e documentato da altri tre studi conservati agli Uffizi, due per la figura del barcaiolo e uno per la figura del giovane che discende dalla barca (matita nera e rossa lumeggiata a gessetto su carta, 410 × 160 mm, categoria I, invv. 855 e 856 [barcaiolo]; matita nera e gessetto su carta, 400 × 250 mm [giovane]), tutti direttamente confrontabili con il disegno barlettano. Di particolare interesse, inoltre, l’esistenza di un bozzetto, noto attraverso una fotografia pubblicata nel 1905 (olio su tela, 90 × 73 cm, collocazione sconosciuta), considerato uno dei migliori studi eseguiti da Allori per il suo dipinto. Al pieno Settecento è databile il piccolo acquerello policromo raffigurante una Madonna con Bambino e santi, attribuibile al veneziano Pietro Antonio Novelli e riferibile alla sua fase formativa, tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta del Settecento. Unica stampa all’interno del nucleo di opere qui presentate è un’acquaforte di Francesco Novelli, Particolare del “Ritratto dell’orafo Jan Lutma il Vecchio”, tratta dall’originale di Rembrandt ed eseguita alla fine del XVIII secolo, conservata in diversi esemplari realizzati in controparte rispetto alla versione barlettana, uno presso il Museo del castello Valperga di Masino a Caravino (Torino), un altro presso la Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” del Comune di Milano, un altro ancora presso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe “Angelo Davoli” della Biblioteca “Panizzi” di Reggio Emilia (79 × 92 mm). Dalla donazione Gabbiani provengono disegni totalmente riconducibili al contesto napoletano fra tardo Seicento e primo Ottocento.
All’ambito di Francesco Solimena è attribuibile una sanguigna raffigurante Cristo e l’adultera, quasi fedelmente confrontabile con un piccolo dipinto a olio su tela esitato in asta a Firenze il 20 settembre 2016 da Maison Bibelot, anche questo, per quello che è possibile dedurre dalla fotografia disponibile, collocabile all’interno della fervida bottega del maestro campano. Come pure alla mano del giovane Solimena è da ascrivere una Madonna con Bambino e santi interpretabile come bozzetto eseguito per la Visione di san Gregorio Taumaturgo, conservato presso la chiesa di San Domenico a Solofra – opera giovanile nella quale è ancora riscontrabile l’influenza del padre Angelo Solimena – datata tra il 1678 e il 1680, inizialmente attribuita a entrambi e poi al solo Francesco. Agli ultimi anni del XVII secolo si data il foglio con Il Redentore e Dio Onnipotente, riconducibile alla mano di Paolo de Matteis e collocabile nel periodo in cui l’artista fu impegnato nei grandi cicli pittorici napoletani realizzati tra il 1693 e il 1697 nella chiesa di San Ferdinando (Episodi e gesta della vita dei santi Ignazio e Francesco Saverio), esempi del costante riferimento al linguaggio giordanesco, riconfermato negli affreschi per il Gesù Nuovo, eseguiti nel 1698. Per il San Benedetto accoglie san Mauro e san Placido fanciulli, riferibile a Francesco De Mura, è possibile ipotizzare una collocazione dell’opera nel contesto degli affreschi eseguiti dall’artista all’interno della chiesa benedettina dei Santi Severino e Sossio a Napoli tra il 1738 e il 1745, in sostituzione dei preesistenti dipinti murali commissionati nel 1609 a Belisario Corenzio per decorare la navata, il transetto e il coro, parzialmente crollati in occasione del terremoto del 1731. Eseguito ad acquerello su pergamena intorno al 1738, Il battesimo di Viticondo e l’apoteosi di Carlo III di Borbone e Maria Amalia di Sassonia riproduce fedelmente l’incisione di Antonio Baldi, su invenzione di Francesco Solimena, eseguita per ornare il volume di Annibale Marchese Il Viticondo, poema in occasione delle nozze dell’invittissimo Carlo Borbone colla serenissima Maria Amalia Valburga, pubblicato a Napoli nel 1738 per i tipi di Gennaro e Vincenzo Muzio. Il soggetto ricalca con grande esattezza la stampa di Baldi, cosa che ci induce a ricondurre l’opera all’incisore stesso: potrebbe trattarsi, infatti, del modello per la successiva redazione della stampa, non escludendosi, tuttavia, una redazione ex post rispetto all’incisione, ipotesi che però contrasterebbe con la quasi completa e perfetta sovrapponibilità compositiva e grafica dei due esemplari.
M.C.A.
Al genovese Domenico Piola si deve una delle opere più interessanti della raccolta museale barlettana, una Cena di Emmaus eseguita intorno al 1670 e comunque prima del maggio 1684, quando un incendio coinvolse casa Piola a causa dei bombardamenti alla città da parte dei francesi per minare l’alleanza della Repubblica genovese con la Spagna. Il disegno, confrontabile con il Progetto per il monumento funebre del doge Francesco Morosini, conservato nel Gabinetto Disegni e Stampe di Palazzo Rosso a Genova, già in collezione Santo Varni (legato Mary Ighina Barbano, inv. D. 4331), raffigura una versione meno particolareggiata della Cena di Emmaus affrescata a monocromo rosso ab origine su una delle pareti al di sotto del coro delle monache nella chiesa di Santa Maria in Passione; staccata e riportata su tela a causa dei bombardamenti aerei (1942; 1944) e ai dilavamenti pluviali, l’opera è oggi ubicata presso il Museo di Sant’Agostino a Genova. R.D.
