Durante i lavori di restauro dell’organo Antegnati-Serassi, annoverato tra i più importanti e pregevoli esempi dell’arte organaria rinascimentale italiana e custodito nel Duomo di Brescia, sono stati rinvenuti importanti affreschi, ricondotti alla mano del Romanino da Barbara Maria Savy, Professore Associato del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova.
Le prime tracce degli affreschi sono riaffiorate nel corso dell’intervento di descialbo delle pareti poste ai lati del monumentale strumento, fino a quel momento nascoste da alcuni pannelli collocati nel 1826 – al momento del rifacimento dell’organo da parte di Carlo Serassi – per ospitare i contrabbassi, posizionati fuori dalla cassa forse per un errore di progettazione.
Degli affreschi, citati nel Seicento da un manoscritto di Bernardino Faino (1630-1669), non troviamo più menzione nelle guide successive, così da far ipotizzare il loro scialbo probabilmente già nella seconda metà del secolo XVII. L’apparente scomparsa della decorazione del Romanino provocò la sua inconsapevole distruzione – tranne nelle porzioni coperte dai pannelli laterali dell’organo – nel XIX secolo, quando fu deciso di recuperare lo strato più antico tardo quattrocentesco.
Con questo restauro, le porzioni di affresco così incredibilmente sopravvissute e riscoperte tornano ad essere nuovamente fruibili: si tratta di dodici figure in totale, otto musici – dipinti all’interno del quadro scenico del fronte dell’organo – e quattro astanti – due per lato, ubicati all’esterno della quinta incorniciata dalle colonne dell’organo.
La folla di musicanti e spettatori, rappresentata originariamente negli affreschi, completava la scena dello Sposalizio della Vergine, dipinta dallo stesso Romanino sulle monumentali ante chiuse dell’organo, amplificandone la composizione sulla parete. Le figure erano inserite all’interno di una finta architettura, che riprendeva sia quella dipinta sulle ante che quella della cornice e della cassa lignea cinquecentesche dell’organo, sottolineando la forte connessione tra la struttura dello strumento e l’architettura della chiesa. Oggi ne rimane solo una parte, che però è sufficiente a suggerire l’idea dell’effetto originario.
Il linguaggio degli affreschi riprende quello usato nelle ante e testimonia il passaggio tra due diverse stagioni nella storia artistica del Romanino. L’energia e l’incisività espressiva della scena rimandano ai cicli ad affresco realizzati dall’artista negli anni Trenta in Val Camonica. Allo stesso tempo alcuni aspetti aprono verso la sua produzione degli anni Quaranta: l’assembramento delle figure in spazi interni o contro orizzonti chiusi, come nella scena della Visitazione dipinta da Romanino – insieme alla Nascita di Maria – nella parte interna delle ante, e nuovi effetti di illuminazione, ad esempio nei riflessi argentei delle stoffe. Nelle figure dei suonatori di cornetti e flauti – che con i loro costumi e cappelli piumati ricordano le fanterie di lanzichenecchi – si rileva l’uso di stampe nordiche, così come nei tre episodi delle ante, attinti dalla serie della Vita della Vergine di Albrecht Dürer.
Il restauro degli affreschi, sostenuto da Intesa Sanpaolo nell’ambito di Restituzioni, consente finalmente – in sinergia con l’imponente lavoro di restauro dell’organo e con il contestuale riposizionamento in situ delle ante, precedentemente spostate nel Duomo Nuovo – di recuperare la percezione di un insieme complesso e unico.
Redazione Restituzioni
