Premessa
L’intervento di restauro si è svolto in diverse fasi è stato complesso sia per la delicatezza dell’opera sia per l’articolato contesto lavorativo, a seguire sono illustrate tutte le fasi lavorative.
Il degrado
I problemi di degrado dell’importante palinsesto figurativo erano:
1. Presenza su tutta la superficie pittorica di un doppio strato di scialbatura di calce di colore bianco.
2. Lacune di intonaco e pellicola pittorica, limitate, fortunatamente, nella parte scenica dei personaggi, diffuse invece e di grandi dimensioni al di sopra dell’arco e della sommità delle colonne dipinte.
3. Lacune di piccole dimensioni di intonachino e della relativa pellicola pittorica diffuse e distribuiti in ordine sparso su tutta la superficie.
4. Abrasioni diffuse con la sola perdita del colore e presenti in numero ed estensioni differenti su tutta la superficie del complesso pittorico.
5. Presenza sulla superficie di microdepositi di sostanze organiche di varia natura ed origine.
Le operazioni di restauro sono state le seguenti:
1. Eliminazione grazie al bisturi chirurgico e a lenti di ingrandimento 3 e 5X e al microscopio elettronico di tutti gli strati di scialbatura di calce.
2. Monitoraggio e analisi di tutte parti dipinte a fresco e verifica delle condizioni di conservazione con particolare riferimento ai punti dove erano presenti decoesioni e lacune di varia natura e dimensioni.
3. Intervento localizzato di fissaggio dell’intonaco alla muratura portante grazie a puntuali iniezioni di malta di calce ed inerti selezionati.
4. Asportazione da tutta la superficie pittorica del particellato atmosferico e delle sostanze organiche di varia natura depositatesi su tutte le superfici grazie all’utilizzo di spugne wishab di tipo morbido.
5. Intervento di risarcimento delle lacune di intonaco con una malta composta da calce di fossa e inerti della stessa natura e granulometria di quelli antichi.
6. Intervento di reintegrazione cromatica delle lacune di colore utilizzando colori ad acquarello extrafini della Winsor&Newton. La tecnica di integrazione cromatica è stata condivisa con la Soprintendenza competente per territorio e la D.L. ed ha previsto l’utilizzo della tecnica della velatura sottotono per le superfici non figurative di medie e grandi dimensioni e la tecnica della selezione cromatica nota come “rigatino” per le zone con le figure e le decorazioni zoomorfe e fitomorfe.
Come scritto al punto 1 e con grande cura e attenzione, dopo avere fatto numerose e delocalizzate prove di discialbo in zone significative utilizzando il bisturi1 ad uso chirurgico e con l’ausilio di lenti di ingrandimento 3 e 5 x e coadiuvati anche dal microscopio computerizzato di cantiere si è proceduto a rimuovere con la massima cura gli strati di scialbatura che ricoprivano interamente la parete muraria in oggetto.
La scialbatura2 era stata stesa, fortunatamente, senza molta cura, frettolosamente e da persone poco “del mestiere”, questo dato si evince dal cattivo aggrappaggio che le mani di calce, specialmente la prima3, hanno avuto con la superficie dipinta. È anche probabile che la stesura sia stata fatta senza avere, precedentemente, pulito la superficie4 e di conseguenza senza avergli tolto quella patina untuosa5 dovuta al fumo delle fiamme libere indispensabili per illuminare anticamente il luogo di culto.
In seguito all’operazione di scialbatura si è proceduto a pulire tutta la superficie pittorica con spugna wishab di tipo morbido. L’operazione ha permesso di togliere i residui di calce e le sostanze organiche già presenti prima della stesura della scialbatura. Durante questa operazione si è rilevato che per la rimozione completa di quanto era depositato sulla superficie dipinta era necessario procedere anche per via umida e di conseguenza l’intera superficie pittorica è stata delicatamente pulita con batuffoli di cotone imbevuti di acqua demineralizzata.
Lo stato di conservazione dei dipinti è subito apparso complessivamente buono.
Durante le operazioni di scialbatura si è proceduto anche ad eseguire dei micro fissaggi in alcune limitate zone dove la coesione del colore era venuta causando micro sollevamenti localizzati. L’operazione è stata possibile grazie a delle micro iniezioni di resina acrilica in dispersione acquosa. Solo dalla parte di sinistra in prossimità del giovinetto è stato necessario procedere, per migliorare le operazioni di fissaggio, ad una velinatura con carta giapponese da 11 gr/mq e alcool polivinilico in soluzione idroalcolica al 6%. Durante le operazioni di discialbo si sono rilevate anche, sempre localizzati e circoscritti, distacchi dell’intonaco dalla muratura sottostante.
In questo caso sono state fatte delle iniezioni ad hoc di una specifica malta di calce per il fissaggio degli intonaci distaccati e affrescati dalla muratura sottostante.
In alcune zone, specialmente sul lato sx sono emerse lacune di intonaco e relativa parte dipinta, zone dove già in un passato “remoto” c’era stata una perdita, fortunatamente, localizzata e sicuramente di origine traumatica di intonaco, è il caso dei due personaggi alla estrema sinistra del complesso ubicati dietro la colonna. In questo caso i bordi dell’intonaco si presentavano frastagliati con micro sollevamenti nell’intorno nelle linee di confine, si è attivata la procedura del salva bordo in modo da poter mettere in sicurezza gli intonaci e garantirne la sicurezza statica. Questa operazione è stata eseguita utilizzando grassello di calce naturale di fossa e sabbia di fiume a granulometria controllata. A completamento di questa fase e in accordo con il Funzionario della Soprintendenza competente si è proceduto alla messa in sicurezza eseguendo il necessario risarcimento delle lacune dove era andato perduto anche il sottostante intonachino. Queste lacune necessitavano di un intervento di riempimento che fungesse sia da consolidante dell’intonaco sottostante sia dell’intorno della lacuna. Questa azione ha dato la garanzia di inibire il processo di micro disgregazione specialmente dopo avere tolto la scialbatura che era comunque un micro strato di protezione e di fissaggio/preservazione dei preziosi dipinti. Nelle zone dove invece c’erano solo lacune di pellicola pittorica dovute ad abrasione non si è proceduto ad operazioni di risarcimento materico demandando all’intervento di reintegrazione pittorica il completamento delle specifiche operazioni compreso la relativa presentazione estetica.
Fasi operative dello scoprimento
L’ottimo stato di conservazione dei dipinti, prossimi a compiere cinque secoli di vita, è sicuramente riconducibile alla capacità del Romanino di lavorare su muro ma anche alla protezione che gli è stata conferita dalle scialbature, presenti sulle superfici parietali, almeno dall’ultimo quarto del XXVIII° secolo. Le pitture riapparse sono oggi oggetto di studio sia per gli aspetti storico artistici sia per quelli tecnico scientifici6. Fortunatamente la scialbatura7 è stata stesa senza molta cura, frettolosamente e da persone poco “del mestiere”, questo dato si evince dal cattivo aggrappaggio che le mani di calce hanno avuto con la superficie dipinta. È probabile che la stesura sia stata fatta senza avere, precedentemente, pulito la superficie8 e di conseguenza senza avergli tolto quella patina untuosa9 dovuta al fumo delle fiamme libere indispensabili per illuminare anticamente i luogo di culto.
Al termine delle operazioni di discialbo la nostra soddisfazione è stata davvero grande. In seguito abbiamo proceduto ad eseguire dei micro fissaggi in alcune limitate zone dove la coesione dell’intonaco al muro era venuta meno. A seguire sono state fatte le operazioni di reintegrazione plastica delle lacune di intonaco utilizzando gli stessi materiali costitutivi. Fortunatamente, anche in questo caso, le mancanze avevano interessato piccole isole di intonaco posizionate in zone non “strategiche” come i visi. Le immagini a seguire mostrano i dipinti dopo le operazioni di pulitura con batuffoli di cotone intrisi con solo acqua pura demineralizzata a temperatura ambiente.
Fasi della reintegrazione pittorica
La delicata operazione di reintegrazione cromatica ha avuto lo scopo grazie all’utilizzo di specifici colori all’acquarello extrafini della Winsor&Newton di ricucire le piccole soluzioni di continuità e a ridare al ciclo pittorico quell’equilibrio e quell’armonia compositiva e cromatica che gli sono propri.
Paolo Mariani
Roberto Pellegrini
1. Gli strati di scialbatura di calce – almeno due – erano decoesi dal substrato permettendone così la rimozione con discreta facilità.
2. La prima delle due mani, quella stesa direttamente a contatto della superficie dipinta.
3. Cioè quella che si interfaccia con la superficie pittorica del dipinto.
4. La buona pratica della pittura su muro, secondo quando indica già Cennino Cennini nel suo trattato sulla pittura, il Libro dell’Arte, all’inizio del XV secolo, prevede le superfici prima di essere dipinte devono essere ben pulite e prive di tutte quelle sostanze che possono svolgere una funzione di barriera tra la coloritura e il substrato. E questo vale sia se la lavorazione debba essere destinata ad attività artistica, sia per ogni stesura di colore, anche ai giorni nostri.
Se la superficie non è bene pulita quanto vi si trova sopra svolge un’azione di “distaccante” tra i due strati. I vecchi imbianchini dicevano che una superficie e un colore “non si amano” proprio perché il colore non si ancora alla superficie e da lì la grande diffusione dei giorni d’oggi dei prodotti aggrappanti dei quali si fa abuso, spesso per risparmiarsi noiose operazioni di pulitura. Nel nostro caso, ed è stata una fortuna per la conservazione dei dipinti murali del Romanino sottostanti, la procedura della pulizia non è stata osservata con la dovuta attenzione, tanto che la patina intermessa fra l’intonaco degli affreschi e la pittura successiva ha consentito di rimuovere quest’ultima con una certa facilità.
5. Costituita da residui carboniosi della combustione delle fiamme libere che bruciavano, fino alla prima metà del secolo scorso, sego di bue, cere ed oli di varia natura per permettere alla Cattedrale di essere idoneamente illuminata durante le celebrazioni religiose.
6. Questo aspetto è in fase di investigazione dagli studiosi del Romanino e dagli esperti nello studio scientifico e diagnostico delle antiche tecniche pittoriche.
7. La prima delle due mani, quella stesa direttamente a contatto della superficie dipinta.
8. “La buona pratica della pittura su muro, secondo quando indica già Cennino Cennini nel suo trattato sulla pittura, il Libro dell’Arte, all’inizio del XV secolo, prevede le superfici prima di essere dipinte devono essere ben pulite e prive di tutte quelle sostanze che possono svolgere una funzione di barriera tra la coloritura e il substrato. E questo vale sia se la lavorazione debba essere destinata ad attività artistica, sia per ogni stesura di colore, anche ai giorni nostri.
Se la superficie non è bene pulita quanto vi si trova sopra svolge un’azione di “distaccante” tra i due strati. I vecchi imbianchini dicevano che una superficie e un colore “non si amano” proprio perché il colore non si ancora alla superficie e da lì la grande diffusione dei giorni d’oggi dei prodotti aggrappanti dei quali si fa abuso, spesso per risparmiarsi noiose operazioni di pulitura. Nel nostro caso, ed è stata una fortuna per la conservazione dei dipinti murali del Romanino sottostanti, la procedura della pulizia non è stata osservata con la dovuta attenzione, tanto che la patina intermessa fra l’intonaco degli affreschi e la pittura successiva ha consentito di rimuovere quest’ultima con una certa facilità. Paolo Mariani”.
9. Costituita da residui carboniosi della combustione delle fiamme libere che bruciavano, fino alla prima metà del secolo scorso, sego di bue, cere ed oli di varia natura per permettere alla Cattedrale di essere idoneamente illuminata durante le celebrazioni religiose.
