Il mosaico con delfini proviene da un contesto residenziale di età romana noto con il nome di Villa della Punta, rinvenuto negli anni settanta del Novecento nel territorio di Monfalcone, in provincia di Gorizia. Dell’edificio, solo parzialmente edito, sono stati messi in luce diversi ambienti disposti attorno a uno spazio centrale, alcuni dei quali decorati con mosaici. Allo stesso contesto appartiene anche un’imbarcazione in legno che, dopo un attento intervento di recupero e restauro, fu allora valorizzata nella sezione navale del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia.
Il complesso sorgeva nell’area del Lacus Timavi, un ampio specchio lagunare così denominato dalle fonti antiche, delimitato verso il mare da isole con sorgenti termali, e contribuiva a formare quel capillare sistema di portualità diffusa, connesso allo sfruttamento del ricco territorio circostante, posto lungo le vie di collegamento tra Aquileia e Tergeste.
Il mosaico con delfini apparteneva al quartiere residenziale della villa, costituito da una serie di ambienti decorati con pavimenti in cotto, tessellato e inserti marmorei, distribuiti attorno all’area settentrionale del cortile; spazi produttivi con torchi e vasche si estendevano invece a meridione.
Poco dopo il rinvenimento il pavimento fu distaccato e trasferito nel Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, dove le quattro sezioni in cui era stato suddiviso per facilitare le operazioni di prelievo furono riassemblate per renderlo fruibile al pubblico. L’intervento di restauro ha interessato l’intero pavimento, ma è stata presentata in mostra solo la sezione centrale, con il motivo figurato, destinata a essere ricomposta con le altre nella definitiva ricollocazione presso la rinnovata sezione navale del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia.
All’interno di una cornice rettangolare resa con quattro file di tessere nere è campito il motivo figurato, realizzato in tessere nere su fondo bianco: due grandi delfini affrontati sono posti verticalmente, con la coda verso il basso, ai lati di un tridente con le punte pure rivolte verso il basso, la cui porzione inferiore è danneggiata da una lacuna.
Al di sotto della composizione è distesa orizzontalmente un’ancora, di cui si conserva solo la porzione superiore: è possibile riconoscere il fusto, con l’anello nell’estremità superiore per l’inserimento della fune di ritenuta (a sinistra nella raffigurazione), una delle marre resa con una linea ad arco di cerchio, all’estremità opposta, e l’anello di fondo; la seconda marra e parte dei due anelli non sono conservati a causa del danneggiamento della parte inferiore del pavimento, risarcito in antico con tessere bianche punteggiate, nella parte sinistra, da tessere nere distribuite disordinatamente.
Le immagini di delfini, presenti nella decorazione musiva sin dall’età ellenistica, sono ampiamente diffuse nel repertorio di età romana sia come semplici motivi decorativi sia all’interno di composizioni figurate a soggetto marino. Frequente è la loro associazione a elementi legati al mondo del mare quali l’ancora, il timone e il tridente, come testimoniano numerosi esempi di area centroitalica e pompeiana. Sia l’ancora sia, soprattutto, il tridente sono, in particolare, impiegati quale elemento centrale di composizioni caratterizzate da coppie di delfini affrontati, diffuse a partire dal I secolo a.C. e utilizzate come motivo decorativo di piccoli riquadri, di bordure o cornici per tutta l’età imperiale.
Nel mosaico della Villa della Punta la raffigurazione acquista maggiore respiro, estendendosi su una più ampia superficie entro il grande pannello posto al centro del pavimento, che il soggetto prescelto potrebbe suggerire di attribuire al settore termale della villa.
