Le indagini effettuate nel 2000-2001 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto sul terreno sul quale oggi sorge la Questura di Padova, e che fino agli anni Sessanta del secolo scorso era occupato dal Convento di Santa Chiara, hanno permesso innanzitutto di scoprire una straordinaria struttura ipogea di forma esagonale. In questa struttura è stata poi recuperata una grandissima quantità di reperti ceramici, un cospicuo quantitativo di frammenti vitrei, molti manufatti di ferro e varie testimonianze di altri materiali buttati nella struttura quando divenne l’immondezzaio del citato convento. Il materiale ceramico e vitreo, oggetto di questo restauro, è particolarmente importante per la varietà della provenienza e per le scelte iconografiche delle maioliche e per la raffinata qualità dei vetri, con ricchi apparati decorativi ancora conservati.
I materiali fittili selezionati provengono da Venezia (una ciotola), da Faenza (ben nove esemplari in stile severo, di cui quattro con le caratteristiche della famiglia del gotico floreale e cinque con gli stilemi dei motivi rinascimentali), da Pesaro (una bottiglia ansata in stile severo) e da Deruta (due piatti e una brocca monoansata con versatore). Numerosi e originali sono i soggetti iconografici: si segnalano, tra gli altri, la rappresentazione dell’episodio biblico del Peccato originale nella ciotola di fattura veneziana; un singolare profilo umano con abbigliamento e corpo di donna ma con i tratti del volto chiaramente maschili in un boccale faentino; un cervo dalle lunghe corna accucciato su una superficie sassosa in un piatto di fattura faentina; un cuore che viene strappato da due mani sulla brocca pesarese; un cartiglio con il nome LoDOVICHA in un piatto derutese. A queste scelte iconografiche si accompagnano (o in alcuni casi le sostituiscono) diversi motivi decorativi, sia floreali che geometrici. Alcune delle ceramiche derutesi, poi, sono realizzate con la tecnica del lustro, che conferisce un particolare riverbero del colore, che contraddistingue le ceramiche umbre e derutesi. I vetri ritrovati nel terreno dell’ex Convento di Santa Chiara si possono suddividere, sul piano della decorazione pittorica, in tre gruppi: con decorazione a smalto e oro, con sola doratura e privi di decorazione. Tra i vari reperti decorati si segnala un vasetto di forma sferica in lattimo, un vetro bianco e opaco decorato (con un soggetto ispirato molto probabilmente al dipinto Le cortigiane di Carpaccio). Alcune ciotole, oltre alla decorazione pittorica riportano anche quella plastica (costolature, filettatura, applicazioni varie); due tra i bicchieri blu decorati a smalto e oro ripropongono la rappresentanzione dell’annunciazione. Interessante è anche tutta la serie di vetri semplici, probabilmente di uso più quotidiano, di varie dimensioni e forme, talvolta anche insolite.
L’intervento di restauro sui materiali ceramici è consistito nella ricerca degli attacchi, nella pulitura con acqua e spazzolini dei vari frammenti e nella loro essicazione a temperatura ambiente. In seguito le forme sono state ricomposte, incollando i pezzi combacianti con UHU Extra e paraloid B72 al 50% in acetone. Le parti mancanti sono state integrate con gesso dentistico colorato con terre, previa protezione delle parti originali con lattice di gomma. Si è infine eseguito il raccordo cromatico delle tonalità di fondo con colori opachi e poi il raccordo pittorico delle linee circolari dell’ornato con colori a tempera opachi resi in sottotono. Più complesso il restauro conservativo eseguito sui vetri: la fragilità del materiale e la delicatezza dei decori pittorici hanno richiesto l’intervento di operatori specialisti sin dalla fase di recupero sullo scavo. Quindi già nei mesi di luglio-settembre del 2000 si è operato il primo intervento conservativo con il pre-consolidamento dei singoli frammenti mediante l’utilizzo di resina acrilica in emulsione acquosa al 20%; i frammenti sono poi stati inseriti in sacchetti ermetici, per mantenere il grado di umidità, unitamente a un battericida, e poi posti in contenitori opachi chiusi da coperchio. Successivamente sono state pulite e consolidate le superfici e infine ricomposti i singoli frammenti, inizialmente sostenuti da supporti di nastro adesivo tipo sellotape e poi consolidati dalla stesura lungo le linee di frattura del collante araldite 2020. In alcuni casi si è provveduto alla formazione di piccole zone di integrazione, con l’utilizzo di araldite pigmentata.
Redazione Restituzioni
