Proveniente dalla chiesa di Santa Croce di Lugnano – un castello arroccato alle pendici del Terminillo, che visse un periodo di rinnovato fervore nel momento in cui passò dai possedimenti dell’abbazia di Farfa al Regno di Napoli (1252) –, la scultura sarebbe stata trasferita nella chiesa di Santa Croce a Cittaducale prima di tornare definitivamente nel paese reatino per essere posta nell’attuale luogo di conservazione.
Il manufatto sfrutta al meglio la caratteristica curvatura della zanna per raffigurare la Madonna vistosamente inarcata all’indietro, che tiene in braccio il Bambino e al tempo stesso impugna una composizione vegetale da cui spunta un pomo circondato da tre grandi foglie quale possibile allusione al peccato originale che Maria, come nuova Eva, redime attraverso la missione salvifica di Cristo.
L’ampio manto che ricopre il corpo della Vergine si apre per mostrare la lunga e ricca cintura in pelle.
Il Bambino poggia la mano destra sul petto della madre e sembra attratto dal pomo che questa gli mostra in un gioco di reciproche interazioni, dove le espressioni gioiose sono un evidente sintomo di quella fase di liberazione del riso che, tra il XII e il XIII secolo, trovò un particolare consenso soprattutto nella scultura gotica. Il capo della Vergine è ricoperto dal classico velo avvolto da una corona ornata sulla fronte da un diadema floreale. Alcune tracce decorative sono state rimesse in luce grazie al recente restauro, tra cui si segnalano le ricche bordature che ornavano le vesti con una serie di eleganti motivi ripetitivi. Allo stesso tempo sono riemersi alcuni steli vegetali – muniti di un fogliame dalla morfologia assai simile a quella propria del giglio – che, salendo dal basso, si concludono con un minuto fiore tripartito, da riferirsi verosimilmente all’emblema araldico angioino. Un’ipotesi alternativa potrebbe riguardare anche il tema del giardino cortese su cui si muove la Vergine quale segno mistico dell’hortus conclusus.
A livello storico l’opera è stata messa in relazione con le vicende della famiglia Quirini, di origini lugnanesi e dotata di un’influenza politica tale da essere chiamata in causa durante il processo di fondazione di Cittaducale avviato da Carlo II d’Angiò in onore del figlio Roberto. I Quirini, citati da un perduto manoscritto seicentesco dell’archivio parrocchiale di Lugnano, avrebbero dapprima spostato la statuetta dalla chiesa lugnanese di Santa Croce a quella di Cittaducale per poi riportarla indietro probabilmente durante l’epidemia di peste del 1363. L’impossibilità di consultare il manoscritto e la scarsa attendibilità attribuita alle sue informazioni hanno suscitato le perplessità di alcuni studiosi locali, che tuttavia sono generalmente concordi nel configurare la scultura come un donativo reale, giustificabile dall’uso frequentissimo delle corti di gratificare con oggetti preziosi le chiese o i luoghi più significativi e di interesse strategico.
La critica si è concentrata sull’eccezionalità delle dimensioni della scultura, ma anche sull’eleganza e la sobrietà della sua fattura, che è talmente evoluta e preziosa da giustificare da sola l’autenticità e la provenienza francese. I confronti con manufatti eburnei di identico soggetto, infatti, sono svariati e tutti riconducibili allo stesso ambito. I nessi stilistici che legano la statua eburnea di Lugnano alla sua matrice franco-gotica suggeriscono la data di realizzazione intorno al 1285 e almeno prima dell’incoronazione di Carlo II d’Angiò re di Sicilia e Gerusalemme, celebrata a Rieti il 29 maggio 1289 da Niccolò IV.
L’usanza delle corti di donare oggetti preziosi alle chiese favorirebbe l’ipotesi di un riconoscimento reale ai benedettini di Lugnano pervenuto in seguito ai Quirini. Si spiegherebbe così il trasporto della scultura nella chiesa di Santa Croce a Cittaducale – affiliata a quella omonima lugnanese – e la collocazione temporanea in un altare di patronato di detta famiglia, da cui sarebbe tornata indietro sempre su iniziativa dei suoi “patroni”.
La rimozione di un pesante strato di polveri grasse effettuata durante il restauro ha permesso di riscoprire la lucentezza e la tonalità calda dell’avorio, ancora apprezzabile in alcune parti della scultura non interessate da fenomeni di scurimento delle superfici. Un ulteriore risultato della pulitura è stata la rinnovata messa in evidenza della ricca e raffinata decorazione delle vesti realizzata in oro a missione e di una serie di elementi fitomorfi che si alzano dai piedi della Vergine, ora di nuovo visibili solo in forma di “sagome al negativo”. L’intervento conservativo ha interessato anche la chiusura di due grandi lesioni verticali poste sulla zona centrale della scultura, sia sul fronte sia sul retro, al fine di arginare l’avanzamento del degrado e conferire una rinnovata gradevolezza estetica al manufatto
