Il dipinto, a olio e doratura su tavola lignea centinata, proviene dalla chiesa di San Domenico di San Severino Marche, già intitolata a Santa Maria del Mercato, ed è stato eseguito dal pittore perugino Bernardino di Mariotto dello Stagno.
Negli anni che vanno dal 1502 al 1521 Bernardino lasciò la città natia per trasferirsi a San Severino Marche. Non si sanno i motivi del suo allontanamento da Perugia, ma si suppone che sia stata forse la necessità di lavorare fuori da un centro ricco di celebri pittori come fu in quel periodo Perugia a spingerlo a prendere altre strade, decidendo di approdare nelle Marche.
Va rimarcato che anche in anni precedenti ci fu sempre un interscambio di artisti marchigiani e umbri che lì v’erano impegnati o nel versante umbro o marchigiano, soprattutto nella fascia di confine contraddistinta dall’Appennino centrale.
Il periodo che Bernardino, quasi ininterrottamente, trascorse a San Severino e più in generale nelle Marche fu assai importante e fondamentale per la sua crescita di artista. Poté vedere molte opere di Crivelli e risentì inevitabilmente dell’influsso della famosa scuola dei pittori di San Severino che in quel tempo fioriva a opera di Lorenzo d’Alessandro detto Severinate, tant’è che, dopo la morte di Lorenzo avvenuta nel 1503, Bernardino continuò al suo posto; lasciò infatti nelle Marche le prove più conosciute, più impegnate e di maggiori dimensioni e la sua scuola godette di una certa fama.
A San Severino sono conservati molti suoi lavori, ma l’opera considerata tra le migliori prove è la pala di San Domenico.
Questa grande tavola, che rappresenta la Madonna con il Bambino e i santi Severino, Caterina da Siena, Domenico, Ansano e Giovannino, rivela l’influenza predominante di Crivelli, specialmente per la magnificenza dei costumi, mentre il paesaggio sullo sfondo ricorda i gonfaloni umbri.
Il dipinto fu realizzato nel 1512, come attesta il contratto di allogazione del notaio sanseverinate Tommaso Talpa del 22 gennaio, e commissionata dalle pie donne della confraternita del Rosario, che aveva sede nella chiesa, in parte anche con il contributo del Comune di San Severino Marche, per la considerevole somma di “100 ducati d’oro buono”.
La tavola raffigura la Madonna con il Bambino, il quale tiene fra le mani una mela, frutto del bene e del male, assisi su di una nuvola sorretta da cherubini e angeli musicanti; in basso a sinistra san Severino, in sontuosi abiti vescovili, sostiene tra le mani un libro sopra al quale poggia il modellino della città protetta (San Severino Marche), realizzato con dovizia e accuratezza; accanto, santa Caterina da Siena con libro e giglio; a seguire, a destra, san Domenico con libro e giglio e sant’Ansano, patrono di Siena, ritratto in abiti eleganti mentre sostiene con la mano sinistra un fiore e con l’altra un piatto che, a un esame più attento, contiene probabilmente una trachea con due polmoni e un cuore, testimoniando il grande culto e la devozione di cui godette come taumaturgo in Umbria e nelle Marche. Al centro del dipinto, in basso tra le figure, san Giovannino in piedi indica con la mano destra la soprastante Madonna e nella sinistra regge una croce, attorno alla quale si avvolge un cartiglio con l’iscrizione «ecce agnus dei». Tutte le figure rappresentate nella scena sono inquadrate entro una struttura architettonica costituita da un arco a tutto sesto sorretto da colonne con capitelli nel cui intradosso sono dipinti cinque medaglioni ottagonali.
Sullo sfondo del dipinto, un ampio tratto di bel cielo limpido e di un azzurro intenso, è raffigurata una città con torri che affaccia sul mare, solcato da navi e punteggiato da vari isolotti in lontananza; sulla riva in basso, proprio dietro san Giovannino, si scorgono due piccole figure intente a pescare.
La tavola aveva in origine una predella, sulla quale l’artista dipinse i cinque misteri gaudiosi del Rosario: tre andarono dispersi prima del XIX secolo e nel XX secolo, mentre gli altri due furono venduti nel 1838 dai domenicani del convento, che con il ricavato della vendita rifecero il pavimento del chiostro.
Nel contratto al pittore, per la verità, la posizione delle figure dei santi era descritta diversamente: san Domenico doveva essere vicino a san Severino e santa Caterina da Siena accanto a sant’Ansano.
Probabilmente per un ripensamento della committenza o dello stesso Bernardino furono realizzate invece così come le vediamo oggi.
In origine, l’opera era collocata sull’altare della compagnia, posto a metà del muro di destra della chiesa. Ma nel 1667, per lavori di nuova sistemazione, come attestano altri documenti, l’altare del Rosario e il dipinto furono trasferiti nell’altare maggiore della chiesa medesima. Nel 1772 la tavola fu modificata per poterla inserire in alto, nel muro dell’abside al centro, dietro l’altare maggiore, e un certo Nicola Pulzoni da Recanati, mettendo mano al dipinto, deturpò alquanto l’originaria bellezza della pittura appesantendola in varie parti.
Altri restauri della tavola furono effettuati nel 1917 e nel 1924, ma l’ultimo intervento è del 1969, a cura dell’allora Soprintendenza alle Gallerie e opere d’arte delle Marche, quando fu trasferita a Urbino per il restauro. Finalmente, nel novembre del 1981, il dipinto fu riconsegnato alla chiesa di San Domenico e restituito alla pubblica visione.
