Proveniente dalla chiesa di Sant’Eligio a Capua, ma collocata da tempo nel duomo cittadino, questa bellissima scultura lignea raffigura la Madonna con il Bambino: seduta sul trono, la Vergine stringe a sé il Bambino, sulla cui mano sinistra è poggiato un cardellino, prefigurazione della Passione. Insieme ad altre quattro figure, l’opera occupava in origine una nicchia nel registro principale di un complesso e articolato polittico ligneo che si ergeva nel coro della chiesa capuana.
La ricostruzione delle intricate vicende storiche legate a questo gruppo scultoreo si deve a Elisabetta Fadda, che ne ha altresì confermato, con argomentazioni convincenti, l’attribuzione – avanzata per la prima volta da Raffaello Causa – agli scultori, d’origini nordiche, ma attivi a Napoli almeno dal 1478.
Dalla testimonianza dell’erudito locale Fabio Vecchioni (1597-1675), rintracciata da chi scrive per l’occasione, sappiamo che a destra della Vergine erano Santa Caterina e San Giovanni Battista, a sinistra Sant’Agata e Sant’Eligio. Sempre Vecchioni ricorda che l’opera si chiudeva in alto, secondo gli schemi dei grandi polittici lignei tardogotici, con guglie e pinnacoli.
La fama conquistata dal grandioso retablo, legata al “miracolo” del 1501 – quando, durante il terribile Sacco di Capua, i francesi tentarono invano di trafugare l’ancona –, non è stata tuttavia sufficiente a impedire che i padri teatini, insediati in Sant’Eligio, nel 1747 la smantellassero, lasciandovi la sola Madonna con il Bambino.
Pur respinta da alcuni studiosi, l’attribuzione a Pietro Alemanno non solo convince, ma può anche trovare, alla luce del restauro eseguito, ulteriore conferma. La lunga e delicata pulitura della superficie pittorica ha restituito la brillantezza dei colori, la preziosità materica delle vesti e la raffinatezza di alcuni dettagli ornamentali, da decenni occultate, oltre che dallo sporco e dai depositi, da uno spesso strato di vernice cerata.
Grazie al “nuovo” aspetto assunto, risaltano maggiormente le affinità stilistiche con sculture analoghe, documentate o unanimemente attribuite a Pietro e a Giovanni Alemanno. Mi riferisco in particolare alla Madonna conservata nel Museo Nazionale di San Martino a Napoli, facente parte del Presepe proveniente dalla chiesa di San Giovanni a Carbonara, e alla figura – ancora non identificata – esposta nel Museo Nazionale del Palazzo Venezia a Roma.
La resa di alcuni dettagli formali, quali il volto tondeggiante, il taglio degli occhi, i capelli dalle ciocche spesse, nonché il modo di svolgere i panneggi, che ricadono pesantemente ai piedi delle figure creando pieghe profonde, attraversate da intensi trapassi chiaroscurali, costituiscono elementi a favore dell’attribuzione agli Alemanno.
Segno distintivo della Madonna con il Bambino capuana è l’uso della tecnica dell’estofado de oro, che prevedeva il rivestimento dell’intera superficie lignea con la foglia d’oro zecchino; su questa erano applicati i colori (nel caso specifico la lacca rossa sulla veste della Vergine e l’azzurrite sul mantello), che venivano successivamente asportati con strumenti a punta, attraverso lo sgraffito (o graffiatura), per far emergere la preziosa lamina metallica sottostante.
Il legante oleoso che è stato impiegato per questi due colori, e la cui presenza è stata riscontrata dalla spettrofotometria a infrarosso eseguita ad hoc, utile a esaltare l’effetto traslucido dei due pigmenti, è attestato in altre opere degli Alemanno, quali quelle che compongono il Presepe oggi a San Martino: potrebbe essere questo un ulteriore elemento – di natura squisitamente tecnica – a conferma dell’assegnazione della scultura di Capua a Pietro e a Giovanni
