Una macchina planetaria è un modello meccanico del Sistema Solare usato per rappresentare, secondo la teoria eliocentrica, la posizione e i moti dei pianeti come visti da un osservatore posizionato all’esterno di esso.
In alcuni esemplari particolarmente sofisticati la posizione dei pianeti può essere calcolata con precisione, permettendo di visualizzare l’esatto aspetto del Sistema Solare in una data a piacere del passato o del futuro.
Per necessità costruttive, la posizione dei pianeti rispetto al Sole è nella corretta sequenza ma le dimensioni delle singole orbite e le reciproche distanze non possono essere in scala, così come non lo sono le dimensioni relative dei pianeti che sono solo indicative.
L’invenzione di questo ingegnoso manufatto è convenzionalmente attribuita all’inglese George Graham (1673-1751), uno dei più noti orologiai e costruttori di strumenti scientifici della sua epoca, che realizzò il primo esemplare nel 1712. Il concetto di rappresentare i movimenti planetari attraverso meccanismi fisici era già stato esplorato prima, ma il progetto di Graham riuscì a combinare con successo la precisione meccanica e la raffinatezza nella riproduzione delle orbite planetarie.
Questi apparati meccanici venivano utilizzati per fini educativi. Servivano a illustrare, in modo tangibile, i principi che governano il movimento dei corpi celesti. La bellezza di questi strumenti e la meticolosa attenzione al dettaglio con la quale sono realizzati ne hanno fatto spesso un oggetto di lusso e di prestigio tra l’aristocrazia europea specialmente nel XVIII secolo.
La macchina in esame giunse al museo sul finire del 1969 come donazione da parte di un’importante figura della Milano imprenditoriale.
Sul manufatto non è riportato l’anno di costruzione, ma sul supporto in legno che contiene il meccanismo a orologeria che lo governa è presente una targhetta metallica che riporta la data del 20 dicembre 1938, giorno del cinquantesimo compleanno del donatore. È davvero difficile credere a una coincidenza e forse l’oggetto fu, di fatto e semplicemente, un regalo di compleanno prezioso e originale.
Il manufatto non è firmato ma l’analisi storico-stilistica permette di attribuirne la costruzione al francese Émile Bertaux e di indicare come periodo di realizzazione la seconda metà del XIX secolo.
La tecnica costruttiva ricalca con grande fedeltà quello che era di fatto lo standard per questo tipo di apparati. Strumenti molto simili vennero prodotti nel corso di tutto l’Ottocento e anche l’esemplare in questione appartiene a buon diritto a quella tradizione costruttiva.
Il progetto di restauro ha permesso di approfondire in modo sostanziale la conoscenza dell’oggetto che, per ragioni di salvaguardia del bene, avendo i movimenti bloccati, non è mai stato messo in funzione dal personale del museo. Essendo stato integralmente smontato, si è potuto comprendere in dettaglio il sistema meccanico utilizzato per simulare la rivoluzione dei pianeti attorno al Sole, scoprendo come la sua messa in funzione possa avvenire solo manualmente; non è infatti presente un sistema di carica a molla in grado di produrre un movimento “automatico” simile a quello che in un orologio permette il movimento delle sfere delle ore, dei minuti e dei secondi.
La rimozione della grande sfera in vetro che rappresenta la volta stellata ha dato accesso alla parte più importante della macchina, il cui attento studio degli elementi costitutivi ha consentito di ricostituire l’esatto ordine dei pianeti (fra i quali è rappresentato il pianeta nano Cerere ma non Plutone, scoperto solo nel 1930) e di riallineare le aste di supporto, un aspetto fondamentale per eliminare un problema legato alla messa in funzione della macchina; a causa della deformazione delle aste, infatti, alcune orbite si incrociavano causando il blocco del meccanismo e, potenzialmente, la rottura delle aste stesse.
