Luca Giordano, autore di questa composizione incentrata su uno degli episodi principali del mito di Perseo, immagina Fineo irrompere con i suoi compagni nella reggia di Cefeo, re d’Etiopia, durante i festeggiamenti per le nozze tra la figlia del sovrano Andromeda e Perseo. L’eroe greco, che aveva salvato la fanciulla dal mostro marino, tiene ben salda la testa di Medusa in grado di pietrificare chi incontrava il suo sguardo, come prova il colore livido del corpo di uno dei soldati di Fineo colto in audace scorcio.
La scena è dominata dal moto di avanzamento del giovane eroe mentre l’altro indietreggia tentando di difendersi dietro un esotico scudo ricavato dal guscio di una tartaruga. Due colonne al centro del quadro visivo sembrano volerlo dividere in due metà: quella riservata al protagonista e l’altra occupata dalla massa dei suoi nemici. L’impaginazione attentamente studiata dall’artista napoletano trasforma lo spazio in un vero e proprio palcoscenico, come svelano sia l’elemento architettonico al centro sia i gradini su quali si legge anche la firma «jordan[ u]s f[ecit]».
Appartenuto a Marcantonio Grillo e poi a Francesco Maria II Balbi, il dipinto passò prima del 1739 nella quadreria di Gerolamo Ignazio Durazzo nel cui palazzo fu ammirato, tra Sette e Ottocento, da Charles de Brosses, Charles-Nicolas Cochin e altri viaggiatori colti e conoscitori.
Da allora, insieme a una seconda tela di Giordano dello stesso formato, Clorinda salva Olindo e Sofronia, il Perseo è collocato in uno dei maggiori salotti del Gran piano nobile del Palazzo Reale di Genova.
Un terzo quadro dello stesso autore raffigurante la Morte di Seneca, arrivato insieme ai primi due, e spesso descritto nello stesso ambiente, l’attuale sala del Trono, vi restò fino al 1836, data dell’ultimo inventario che lo ricorda, per poi far perdere le proprie tracce.
Il Perseo doveva misurare in origine all’incirca due metri e mezzo in altezza e tre metri e mezzo in larghezza, un formato analogo all’altro Perseo dipinto da Luca Giordano e oggi conservato alla National Gallery di Londra. Le dimensioni attuali dovevano invece corrispondere a quelle dei due castoni murari che ospitarono sia la Lotta tra Perseo e Fineo sia Clorinda salva Olindo e Sofronia a partire dai primi anni trenta del Settecento. È molto probabile che l’adattamento fosse stato eseguito dal pittore Domenico Parodi, artista di fiducia dei Durazzo. Per scelta dei Savoia entrambi i dipinti vennero poi dotati, attorno al 1844, di imponenti cornici neobarocche, momento in cui l’opera fu nuovamente alterata nel suo formato.
Le indagini propedeutiche all’ultimo restauro hanno rilevato la presenza di un disegno pieno di particolari non realizzati durante la stesura definitiva del quadro: personaggi aboliti, scorci di teste che hanno subito modifiche anche sostanziali. La campagna diagnostica ha confermato che il supporto originale fosse stato ingrandito già nel Settecento.
Il dipinto, ricco di dettagli di originale finezza iconografica, potrebbe essere contemporaneo alla Clorinda, eseguiti entrambi attorno al 1680 come ha supposto la maggior parte della critica. Appare evidente l’influenza di Paolo Veronese in entrambe le tele oggi a Genova, rilevata già nel XVII secolo e ribadita nella letteratura successiva.
