Come indicato nell’iscrizione autografa posta sul bordo superiore della tela, il dipinto fu eseguito nel 1924, anno in cui Giulio Aristide Sartorio, in qualità di commissario per le Belle Arti, prese parte alla missione della regia nave Italia, incaricata di promuovere l’arte e l’industria italiane nei Paesi dell’America meridionale. Durante il viaggio l’artista realizzò centinaia di dipinti, tra cui l’opera in esame, che riporta anche l’indicazione del luogo di esecuzione, o forse di ispirazione: il giardino zoologico di Buenos Aires, allora diretto dal romano Clemente Onelli.
Il dipinto compare fin dal 1935 nell’inventario del museo di Anticoli Corrado, borgo che Sartorio aveva iniziato a frequentare già alla fine dell’Ottocento, periodo in cui si misurava assiduamente con i motivi della campagna romana. Vi fece ritorno anche dopo la Prima guerra mondiale, quando, nel 1919, ambientò nel paese diverse scene del film Il Mistero di Galatea. Come riportato dalla testimonianza dello scultore anticolano Carlo Toppi, la tela non fu donata direttamente dall’artista: apparteneva infatti alla collezione personale di Antonio Muñoz, il quale, in occasione della raccolta di opere per la costituzione del primo nucleo della collezione civica organizzata da un gruppo di artisti locali, la offrì insieme a un disegno di Antonio Mancini, poi andato distrutto.
Nel dépliant pubblicato per l’inaugurazione del museo, avvenuta il 15 settembre del 1935 alla presenza del governatore di Roma Giuseppe Bottai, il dipinto è menzionato come Leonessa, titolo tuttora in uso. Tuttavia, un’osservazione più attenta induce a dubitare della corretta identificazione dell’animale raffigurato, che appare più vicino, per morfologia, a un puma. Tale lettura trova ulteriore conferma nell’osservazione del manto, a cui il restauro ha restituito la tonalità originale grazie alla rimozione della vernice protettiva, che, alterata dall’ossidazione, aveva conferito all’intera superficie un tono giallastro fuorviante. Non si può dunque escludere che la tela corrisponda al dipinto presentato alla I Mostra d’Arte Marinara di Roma del 1926 – in cui Sartorio esponeva diversi lavori realizzati in America Latina – intitolato Buenos Aires. Giardino zoologico. I puma. Sarebbe del resto coerente anche il titolo al plurale: nel quadro anticolano, infatti, si distinguono due animali, di uno dei quali sono visibili soltanto le zampe posteriori e la coda.
Il dipinto appartiene a un’ampia produzione dedicata al mondo animale affrontata da Sartorio lungo l’intero arco della sua attività, e a cui nel 1914 Luigi Serra, ispettore delle Regie Gallerie di Venezia, dedicò un intero volume. L’interesse per il soggetto zoologico rivestiva infatti un ruolo centrale all’interno della sua ricerca fin dagli esordi. La formazione del giovane Sartorio si svolse in ambito familiare, sotto la guida del padre Raffaele e del nonno Girolamo. Quest’ultimo, scultore, gli trasmise già dall’infanzia le prime nozioni di anatomia animale.
Inizialmente attivo nella riproduzione di modelli antichi, Girolamo Sartorio si distinse successivamente per la realizzazione di gruppi scultorei a soggetto zoologico. Come ricordava Serra, alcune di queste opere sono tuttora conservate in collezioni di rilievo, come i Musei Vaticani e la Biblioteca Ambrosiana di Milano.
Dall’infanzia fino alle più mature osservazioni nei giardini zoologici inglesi e tedeschi, il tratto distintivo della produzione animalista di Giulio Aristide Sartorio fu la ricerca costante di una resa icastica del soggetto, colto non soltanto nella sua struttura fisica, ma anche nella sua espressione più intima. Gli animali, spesso rappresentati come presenze isolate dal contesto naturale, divengono oggetto di un’indagine quasi introspettiva, orientata a restituirne appieno il temperamento e la forza espressiva.
