Facente parte fin dal 1935 delle collezioni del Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado, cui fu donato dallo stesso artista, L’amicizia è unanimemente riconosciuto dalla letteratura come uno dei capisaldi della produzione di Emanuele Cavalli. Il dipinto testimonia il raggiungimento di una prima piena maturità espressiva, nell’elaborazione di un linguaggio che fonde la conoscenza dell’arte antica con le istanze della pittura contemporanea. Centrali nella definizione del suo stile furono lo studio, la riscoperta e la reinterpretazione della tradizione: ricorrono nelle sue composizioni, spesso cariche di allusioni al mondo esoterico di cui fu profondo conoscitore, colti riferimenti alla pittura parietale romana – in particolare alla Villa dei Misteri di Pompei – nonché agli stilemi del Quattrocento italiano, soprattutto alle atmosfere sospese, alla purezza delle geometrie e alle armonie tonali di Piero della Francesca. Cavalli seppe così forgiare una figurazione salda e riconoscibile, in grado di influenzare gli sviluppi delle ricerche artistiche a Roma. Tale orientamento era condiviso in particolare da Giuseppe Capogrossi, con il quale aveva seguito la formazione presso la scuola d’arte di Felice Carena, e da Corrado Cagli, incontrato intorno al 1930. Con la propria pittura, il trio Cagli-Capogrossi-Cavalli contribuì a rinvigorire il panorama artistico della capitale, tanto da sentire presto l’esigenza di affermarsi come una vera e propria “Scuola”. Nell’ottobre del 1933 Cagli pubblicò su “Quadrante” l’articolo Anticipi sulla scuola di Roma, in cui auspicava il ritorno del “prestigio di Roma” sulla scena nazionale. L’artista anticipava così i contenuti del Manifesto del primordialismo plastico, elaborato inizialmente insieme a Cavalli, Capogrossi, Roberto Melli e al filosofo Franco Ciliberti. Nel testo, dalla prosa ermetica, erano delineati alcuni nuclei fondanti della ricerca di Cavalli, ai quali rimarrà fedele fino alla fine: in primis il suo concetto di “tono” in pittura, che assegna al colore la duplice funzione di evocare suggestioni musicali e di strutturare forme, volumi e profondità. La redazione del Manifesto si rivelò però complessa, tanto da causare il polemico abbandono di Cagli e Ciliberti, cui seguì la decisione definitiva di non darlo più alle stampe. La diffusione del testo era stata strategicamente pianificata per il dicembre del 1933, in concomitanza con l’inaugurazione delle mostre presso la Galerie Jacques Bonjean di Parigi, dove Cagli, Cavalli e Capogrossi esponevano insieme al pittore e calciatore Ezio Sclavi, e presso il Circolo delle Arti e delle Lettere di Roma, dove figuravano accanto a Luigi Trifoglio e agli scultori Alberto Gerardi e Annibale Zucchini. Tra le opere presentate a Parigi vi era proprio L’amicizia, dipinto in cui l’armonia tonale incentrata sull’accordo dell’incarnato con il blu di Prussia, oggi meglio leggibile grazie al restauro, raggiunge esiti di particolare raffinatezza.
La scena raffigurata, in cui il tema dell’incontro conviviale assume un’aura misterica, può essere letta come un’allegoria del legame fraterno tra Cavalli e i suoi sodali. È ambientata sul Lungotevere, nei pressi del galleggiante Tofini, luogo di ritrovo allora prediletto da artisti e intellettuali romani. Anche Capogrossi trasse ispirazione dal Tofini per una serie di dipinti, tra cui Il poeta del Tevere (collezione privata) e Il temporale (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea), entrambi esposti alla mostra parigina. L’identificazione dei tre uomini seduti su una panchina del Lungotevere sotto un cielo notturno, oltre la quale si intravedono alcune imbarcazioni a vela, non è possibile con certezza. Sebbene parte della critica vi riconosca un autoritratto di Cavalli tra Cagli e Capogrossi, Romeo Lucchese ricorda di aver posato insieme allo scultore Andrea Spadini, che comparirebbe sdoppiato in due pose distinte.
