Il legame con Anticoli Corrado fu per Felice Carena fonte di profonda ispirazione, fin dai primi anni della sua attività. Soggiorni anticolani del pittore sono infatti documentati già nel primo decennio del Novecento: si ricorda, ad esempio, quello del dicembre 1908, quando fu testimone, insieme allo scultore Angelo Zanelli, al matrimonio dell’amico Pietro Gaudenzi con la modella anticolana Candida Toppi.
Carena iniziò a frequentare con maggiore regolarità il borgo a partire dall’estate del 1915. Innamoratosi del “clima di eden primitivistico” del paese, come lui stesso lo definì, vi fece ritorno più volte negli anni successivi, attirando un gran numero di giovani artisti per via della notorietà raggiunta in seguito alla personale alla Biennale di Venezia del 1912. Nel 1919 si trasferì quindi presso gli studi della cosiddetta “Gliva murata” situati lungo la strada per Saracinesco, in una zona che prendeva nome da un ulivo secolare sorretto da murature oggi perduto (da cui il nome in dialetto anticolano).
“La divisa del soldato e le necessità della guerra lo guidarono a studiare ed amare l’esistenza degli umili. Guardò con simpatia alla terra; e gli sembrò di rinascere, diverso. Ha interrogato i contadini, i frutti dei campi, i fiori”, scriveva Francesco Sapori sui soggetti anticolani in un brano critico non particolarmente indulgente verso Carena, riferendosi alle opere da lui presentate alla prima Biennale romana del 1921. In quegli stessi anni il pittore concepì uno dei suoi massimi capolavori: Quiete (Roma, collezione della Banca d’Italia), autentico manifesto di una nuova concezione pittorica, al contempo aulica e moderna, in cui protagonista assoluta è l’atmosfera bucolica e senza tempo della vita ad Anticoli Corrado.
Nella sua corrispondenza con il critico Lionello Venturi, Carena confessava quanto le modelle anticolane fossero per lui insostituibili e come l’ambiente del borgo giovasse alla sua ispirazione: “qui in Anticoli troverò più facilmente tra le contadine un tipo adatto, che a Roma mi fu impossibile […] in questo paese, mi sento più vicino alla terra e alla semplicità e lavoro più sereno e se anche dubito mi sento sulla giusta via e spero”. Ed era proprio ad Anticoli Corrado che la scuola d’arte fondata nel 1921 da Carena insieme ad Attilio Selva a Roma, presso gli Orti Sallustiani, trovava durante l’estate i suoi soggetti privilegiati: scene di vita contadina, paesaggi e nudi, affrontati con una sensibilità pittorica rinnovata, non priva di una sottile nostalgia per il mondo antico.
In virtù del suo profondo legame con il borgo della valle dell’Aniene, nel 1935, quando fu chiamato a contribuire alla formazione del primo nucleo della collezione civica, Carena donò al Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea l’olio su tavola in esame, rivelatore del mutamento nel frattempo avvenuto nel suo linguaggio pittorico. Con un tratto di contorno deciso, l’artista delinea quattro figure sulla riva del mare: si tratta, con ogni probabilità, di una scena ambientata a Forte dei Marmi, come suggerisce l’iscrizione presente sulla cornice. A partire dal 1924, infatti, Carena si trovava in Toscana in qualità di professore presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, incarico che, una volta lasciato nel 1945 per trasferirsi a Venezia, fu assunto dal suo allievo Emanuele Cavalli. Nel dipinto si coglie una resa scabra ed essenziale: i personaggi appaiono privi di qualsiasi caratterizzazione individuale, come a voler rappresentare un’idea universale di umanità.
