L’arazzo restaurato con l’Ingresso in Palestina dell’esercito di Vespasiano e Tito (1470-1480 circa) è fra i più preziosi e antichi della collezione d’arte della Fondazione Giorgio Cini, ove è pervenuto nel 1967 grazie a un conferimento di Leonardo Vitetti, comprensivo anche del pendant dello stesso ciclo con l’Assedio di Gerusalemme.
Il panno si presenta in forma di grande frammento tagliato sui quattro lati, raffigurante il primo atto della conquista romana della Palestina. La scena rappresentata non è completa: il panno infatti è la metà destra di un grande manufatto la cui parte sinistra era formata dal frammento recante Nerone che invia Vespasiano e Tito in Palestina conservato presso il Musée des Arts Décoratifs di Lione. L’originale appariva dunque come un enorme arazzo tessuto in lana e seta alto circa 480 cm e lungo oltre nove metri, delimitato nella zona superiore da una fascia con una lunga iscrizione francese, solo in parte autografa.
Di manifattura franco-fiamminga, il panno è stato realizzato su cartone del Maestro di Coëtivy, un maestro anonimo il cui name piece è costituito dal Libro d’Ore di Coëtivy e identificato, se pure in modo non risolutivo, con Nicolas d’Ypres (alias Colin d’Amiens). Con il coevo Assedio di Gerusalemme, l’arazzo appartiene a una serie intitolata La distruzione di Gerusalemme o La Vendetta di Nostro Signore ispirata al Bellum Iudaicum di Flavio Giuseppe, a fonti storico-religiose desunte dai Vangeli apocrifi e a rappresentazioni teatrali dal grande impatto emotivo. Tema centrale della serie è la conquista romana della Palestina sotto il comando di Vespasiano, coadiuvato dal figlio Tito e conclusasi con la presa di Gerusalemme del 70 d.C. Da esso si era sviluppata un’intera tradizione iconografica inseribile nel filone ideologico dell’apologetica medievale adversus judaeos, entro cui rientravano anche, fra gli altri, i “panni magni” con la storia di Pilato sotto Tiberio appartenuti al cardinale Barbo (poi Paolo II) presso il palazzo di San Marco a Roma; le tappezzerie con la prima parte della Vendetta presso la collezione del duca Luigi d’Angiò, del 1364, e ancora i panni con la “historia de hierusale” di Astorgio II Manfredi, signore di Faenza, nonché gli arazzi con la guerra giudaica immessi nelle raccolte vaticane da Sisto IV. Assieme a questi vi era anche il ciclo cui appartenevano i due panni Cini, diverso dagli altri in quanto concentrato sulla Distruzione di Gerusalemme. Esso contava diversi pezzi, alcuni dei quali sono stati identificati: oltre al già citato frammento di Lione, due nel castello di Saumur, uno a Ginevra, nel Musée d’art et d’histoire, e infine uno al Bargello di Firenze.
Alla luce della necessità di restauro, giudicata “improcrastinabile” già nei primi anni del Duemila, l’arazzo, dopo essere stato messo in sicurezza nei depositi della Fondazione, è stato poi oggetto nel 2022 di una acquisizione digitale in 3D ad alta risoluzione finalizzata alla conoscenza dello stato conservativo, rivelatasi uno strumento diagnostico fondamentale per il restauro.
Sin dalla prima fase dell’intervento conservativo, che ha compreso la rimozione dei depositi di polvere e la detersione mediante il lavaggio, è stato possibile apprezzare le vivide qualità cromatiche dell’opera, i dettagli di verità naturale e la forza icastica della trama narrativa nonché la tensione espressiva delle gestualità, proprie del repertorio del maestro che ne ha ideato il dettato iconografico. Si può così mettere meglio a fuoco la rappresentazione con al centro la figura barbuta di Vespasiano su un cavallo bianco vistosamente bardato e con il muso protetto da un’armatura, affiancato dal figlio Tito che tende innanzi una verga a indicare la strada all’affollato corteo di soldati – un trionfo di armature metalliche luccicanti, bandiere svolazzanti, fra cui una con la incisiva scritta «SPQR», lance inalberate – che riempie con effetto claustrofobico di horror vacui la scatola scenica. Essa appare delimitata sulla sinistra da una fortezza turrita che conferisce una patina orientaleggiante al tema, accentuato da alcune significative presenze come il guerriero moro nella zona mediana del panno e il gruppo di tre fanti con vesti esotiche nella zona inferiore a sinistra. Essi paiono complementari ai quattro uomini inginocchiati davanti a Vespasiano – i cui tratti sono ora più apprezzabili, così come in generale l’insieme delle linee di contorno delle fisionomie come anche il capitale particolare delle chiavi, segno della simbolica consegna di una delle città della Galilea spontaneamente sottomessasi al generale romano. Tanti in verità sono i particolari ora meglio leggibili: la coppia di conigli, il germano tra le onde d’acqua del ruscelletto, l’iscrizione sul cavallo di Vespasiano riferita allo stesso generale, gli alberetti carichi di mele cotogne, i cespugli fioriti, magnifici brani di natura colti nella declinazione di un paysage moralisé che qualifica il tenore di un’opera dall’altissimo valore artistico finalmente restituita alla collettività.
