Il dipinto fu acquistato dallo Stato italiano nel 1972 per ventotto milioni di lire dopo l’esposizione alla mostra Fourteen Important Neapolitan Paintings della Heim Gallery di Londra (1971). Destinato da subito alla Pinacoteca del Museo Nazionale di Reggio Calabria, dal 2008 è esposto nella Pinacoteca Civica.
Proveniente dalla collezione dello scultore Francesco Jerace (1853-1937), che lo acquistò nel mercato antiquario napoletano, fu esposto già nel 1913 a Catanzaro, in una mostra celebrativa per il terzo centenario della nascita di Preti, e nel 1922 nella Mostra della pittura italiana del Sei e Settecento a Palazzo Pitti a Firenze. La presenza dell’opera in queste esposizioni contribuì alla rivalutazione critica di Mattia Preti nel panorama barocco, attirando l’interesse di studiosi come Roberto Longhi e Adolfo Venturi. Dopo la morte di Jerace, l’opera fu venduta dagli eredi. Rientrata in Italia, fu poi esposta in una mostra monografica nel 1999 a Catanzaro e a Siracusa nel 2016.
Il tema evangelico del figliol prodigo, tratto da Luca, è ricorrente nell’opera di Preti per i contenuti morali legati alla Controriforma (perdono, pentimento, obbedienza, riconciliazione). Le redazioni pretiane di questa parabola attraversano tutta la carriera dell’artista, andando dalle composizioni degli anni quaranta fino a quelle della produzione più tarda degli anni ottanta e differendo tra loro per formato, taglio e struttura. Tra le più note, vanno citate le redazioni del Musée de Tessé a Le Mans e le due versioni che si trovano a Napoli, una a Palazzo Reale e l’altra a Capodimonte.
La versione reggina, come rilevato da Giorgio Leone, si distingue per l’elevato numero di personaggi e per l’impostazione narrativa e didascalica. Il gesto del padre, che afferra il polso del figlio in un portico, e gli sguardi dei presenti, che assistono stupiti, enfatizzano il momento del perdono. Notevole l’attenzione al dettaglio nei costumi e nelle acconciature. L’impostazione rialzata dei personaggi principali conferisce alla scena una drammaticità teatrale.
La datazione ha suscitato dibattito. Inizialmente assegnato agli anni cinquanta del Seicento e quindi al periodo napoletano di Preti per analogie con opere come il Convito di Baldassarre e la tela di Le Mans, fu poi ritenuto da John T. Spike opera degli anni settanta per le affinità cromatiche con il periodo maltese. Tuttavia, l’analisi dei pigmenti ha escluso la presenza di polvere di globigerina, tipica delle opere realizzate a Malta. Le indagini hanno inoltre rivelato pentimenti pittorici, frequenti nell’opera del maestro. La rimozione di vernici ingiallite ha restituito una lettura più chiara, confermando la collocazione più accreditata nel periodo napoletano, tra il 1653 e il 1661.
L’ultimo restauro ha permesso di approfondire aspetti tecnici e stilistici, valorizzando la straordinaria qualità dell’opera. Il ritorno del figliol prodigo della Pinacoteca Civica di Reggio Calabria costituisce uno dei capolavori della collezione e pone l’attenzione su una figura cruciale per la pittura seicentesca, debitrice della lezione di artisti quali Tintoretto, Veronese, Caravaggio, Reni, Guercino, Lanfranco, Poussin che il maestro seppe rielaborare in chiave personale con esiti in cui luce, teatralità, tensione emotiva e drammatica si fondono insieme.
