Il dipinto è documentato per la prima volta nel 1693 in collezione Borghese a Roma, presso il palazzo della famiglia a Ripetta.
L’opera fu eseguita da Giovanni Lanfranco in data imprecisata, collocata da Erich Schleier non oltre il 1620, sostenendo che “il modello chiaroscurale liscio e paracaravaggesco”, riscontrabile in questa tela, sia prodromico ad alcune opere realizzate da Simon Vouet a Roma negli anni 1624-1626 circa.
Nel 1943, Vincenzo Golzio fu il primo a mettere in relazione questo quadro con l’affresco dello stesso soggetto realizzato dal pittore in Palazzo Mattei di Roma nel 1615, pista seguita successivamente da Luigi Salerno e da Alfred Moir i quali, accogliendo tale proposta, identificarono nel dipinto in esame il modello preparatorio. Ribaltando questa visione, nel 1977 Fabrizio D’Amico suggerì di non considerare la tela uno studio per l’affresco romano, bensì una sua derivazione autografa più tarda. È probabile che risalga al 1615-1616 circa, collocandosi nel periodo della decorazione realizzata dal pittore nella cappella Bongiovanni in Sant’Agostino a Roma.
Il dipinto raffigura un episodio tratto dalla Bibbia (Genesi 39,7-18), dove si narra di Giuseppe, un servo umile e fedele, tentato dalla moglie del suo ricco signore egiziano, Putifarre. In particolare, l’opera cattura il momento in cui la donna, attirando il giovane verso il suo letto, gli sottrae il mantello, che in seguitò utilizzerà per accusarlo. Non essendo riuscita a sedurlo, e sentendosi umiliata, decide infatti di denunciarlo per violenza, mostrando il mantello come prova.
