Le pareti in legno riccamente intagliate e dipinte, dotate di porte, affiancavano l’altare maggiore della chiesa medievale che sorgeva un tempo al passo San Pellegrino di fianco all’edificio dell’ospizio alpino, mentre dei due angeli con le ali aperte non è certa l’originaria collocazione.
L’ospizio era stato fondato dalla Regola di Moena, il Comune di allora, nel 1358. Veniva gestito da priori che dovevano dare ospitalità ai valligiani in estate e assistenza durante tutto l’anno a viandanti, pellegrini e mercanti che attraversavano il valico posto lungo la direttrice del traffico commerciale fra Venezia, Belluno e Bolzano.
Questi manufatti avevano una doppia funzione.
Secondo quanto spiegato da Carlo Borromeo nel trattato dedicato alle Istruzioni sull’edilizia e la suppellettile ecclesiastica (1577), pareti come queste svolgevano anzitutto il ruolo di cancelli. Servivano per separare lo spazio davanti all’altare maggiore, liberamente accessibile ai fedeli, da quello sul retro, detto coro, riservato al clero. La seconda funzione era quella di servire da confessionali. Infatti sui loro fianchi esterni vi sono due lastre metalliche traforate, decorate con il monogramma IHS sormontato da una croce – simboli del nome e del sacrificio di Gesù Cristo –, che servivano ai fedeli che volevano confessarsi per non essere visti dai sacerdoti.
Una fotografia pubblicata nel 1906, mostra che le pareti intagliate erano completate in alto da trabeazioni sulle quali poggiavano i due fastigi sagomati, che davano supporto a due sculture attualmente non identificabili.
In un’accurata descrizione della chiesa pubblicata nel 1897 venne riportata per intero una scritta che permette di individuare il committente delle pareti. Un putto sulla parete di sinistra teneva un nastro – tuttora conservato – con le parole «iao. dominicus de”, mentre il nastro tenuto da un suo compagno ora non più in opera sulla parete destra, che completava la scritta con «pellegrini f.f.», è andato perduto.
Committente delle pareti era stato Giovanni Domenico Pellegrini (1687-1764), originario di Moena, che studiò giurisprudenza presso l’Università di Salisburgo, dove si laureò nel 1725. Dopo aver lavorato come notaio e assunto il ruolo di consigliere vescovile, a partire dal 1730 fu nominato professore ordinario di diritto presso l’università. Suoi parenti svolsero il ruolo di priori dell’ospizio e sacerdoti della chiesa di San Pellegrino e Pellegrini stesso fu amico e committente anche del pittore Valentino Rovisi.
La notte del 24 maggio 1915, quando l’Italia entrò in guerra contro l’Austria, sia la chiesa sia l’ospizio, che si trovavano in prossimità del confine fra i due Stati, furono fatti saltare con la dinamite dall’esercito austriaco per rendere libera da ostacoli la prima linea del fronte di guerra.
Prima di allora le opere d’arte della chiesa vennero poste in salvo portandole a Moena. Le pareti intagliate del coro e le loro cimase rimasero prive delle trabeazioni che le sostenevano e lacunose di alcune parti, come il grande fiore a rilievo sulla specchiatura inferiore della porta destra.
In occasione degli studi preparatori per la ventesima edizione di Restituzioni, si è proposto di attribuire le pareti e la coppia di angeli all’intagliatore Valentino Poschiavin per le analogie con sue opere certe Dopo il restauro, i due angeli come i rameggi a intaglio del pulpito della chiesa di Fiera di Primiero (pagati nel 1704) e gli altari del Rosario (1715) e del Carmine (1741 circa) della chiesa di San Vigilio a Moena. Anche i disegni lasciati da Poschiavin a margine del registro dei conti della Regola di Moena – della quale fu uno dei due amministratori, per sei annate fra il 1713 e 1735 –, che mostrano putti reggenti corone di serti vegetali e trombe ed elementi tratti dal mondo vegetale, dimostrano le sue capacità artistiche e ideative e si possono avvicinare agli intagli esuberanti a traforo, dipinti e decorati con maestria attraverso l’utilizzo di lacche, il blu di Prussia e foglie metalliche, provenienti dall’antica chiesa di San Pellegrino
