I due grandi frammenti di affresco rappresentano personaggi biblici: il primo, imberbe e coronato, può essere identificato in re David, mentre il secondo è Isaia, come attesta il cartiglio che reca il passo biblico con cui il profeta preconizza l’avvento di Cristo: «[ec]ce / vir[go] conci[piet et] pa[riet filium».
Essi provengono dall’antica chiesa di Sant’Andrea a Mosciano (Scandicci) e facevano parte di un imponente apparato decorativo di cui oggi si conservano, oltre agli esemplari in mostra, altre quattro porzioni strappate.
Gli affreschi sono unanimemente attribuiti a Corso di Buono, pittore fiorentino operante nell’orbita di Cimabue, e sono databili all’ultimo decennio del Duecento. Di loro si ignorava l’esistenza fino al 1932, anno in cui la chiesa fu sottoposta a radicali lavori di restauro volti al ripristino delle antiche strutture medievali. Con l’abbattimento del controsoffitto settecentesco emergevano così le capriate originarie e larghi frammenti di intonaci dipinti, subito individuati come opera della fine del Duecento di ambito cimabuesco. Nei primi anni sessanta gli affreschi sono stati asportati con la tecnica dello strappo, posti su pannelli di masonite e ricollocati in chiesa.
La decorazione si presentava in origine come una lunga sequenza di figure sacre, un insieme ieratico e solenne, riecheggiante le rappresentazioni sacre della tradizione tardo bizantina. Inserite entro finte nicchie e di proporzioni gigantesche, le figure sono state realizzate proprio al di sotto del tetto, dove fra una capriata e l’altra il pittore ha tracciato un elegante tralcio di fogliami policromi.
Dopo un lungo periodo di oblio, il recente intervento di restauro ha consentito di riproporre all’attenzione questi splendidi frammenti, e al contempo rivelare in tutta la sua freschezza la tecnica pittorica adottata da Corso di Buono: la cromia giocata sui toni dell’ocra, le battiture di corda per stabilire gli assi di simmetria, il disegno condotto con mano sicura, le tracce di azzurrite sullo sfondo delle nicchie.
