Il Crocifisso, una delle rare opere sopravvissute al terremoto del 1693, è collocato sull’altare dell’omonima cappella nella cattedrale di Catania, ambiente il cui aspetto originario non è documentabile, ma che tra il 1935 e il 1936 subì un restyling in chiave neogotica. In questa occasione è sostituita la croce originaria e sono realizzati il dipinto dello sfondo raffigurante Gerusalemme e la cornice reliquiario in gesso. Il Crocifisso non mostrava precedenti interventi significativi, fatto che ha permesso il pieno recupero e offerto possibilità di lettura e attribuzione. Lo spazio della cappella, già esistente in epoca normanna verosimilmente con altra funzione, a causa delle varie ricostruzioni della cattedrale a seguito dei frequenti terremoti, nel 1402 fu destinato a ospitare una cappella dedicata a san Silvestro. Nel 1530 o nel 1542 la titolazione passò al Santissimo Crocifisso, con la gestione dell’omonima confraternita fondata dal domenicano Tommaso Fazello, forse in continuità con l’Opera del Crocifisso, attiva nella chiesa da più di un secolo in opere pie.
La grande devozione al Santissimo Crocifisso, documentata dai tanti legati di cui beneficiava la cappella, ha riscontro nella realizzazione del portale marmoreo d’accesso (1561). I caratteri stilistici datano il Crocifisso al tardo Seicento e lo riferiscono a uno dei tanti abili scultori meridionali di ambito francescano, che in Sicilia seguono le orme di fra Umile da Petralia (1600-1639), tra i quali fra Innocenzo da Petralia, suo discepolo e concittadino, o più probabilmente fra Stefano da Piazza Armerina, attivo nel terzo quarto del XVII secolo e autore nel 1685 di un Crocifisso molto simile a quello di Catania per la chiesa di San Francesco di Subiaco.
In ogni caso, un artista francescano che come Stefano ha abbandonato l’esasperata drammaticità di fra Umile per dar spazio a una vitalità armoniosa e misurata, rappresentata da anatomie proporzionate e accurate e da estrema moderazione nel rappresentare le ferite sanguinanti visibili allo spettatore.
