Dal settecentesco oratorio del Belvedere a Crespina, dove viene individuata da Mario Bucci in condizioni di degrado, la croce è trasferita agli inizi degli anni sessanta del Novecento al Museo Nazionale di San Matteo. Dopo un restauro, eseguito da Nicola Carusi, che la rende di nuovo leggibile, lo stesso Bucci nel 1962 la assegna al Maestro di San Torpè e la data al secondo decennio del XIV secolo.
Lo studioso evidenzia i legami con la pittura di Duccio di Boninsegna, soprattutto nella resa del Crocifisso, e allo stesso tempo l’impiego di una struttura lignea ancora di impianto duecentesco con tabellone istoriato.
L’attribuzione è accolta dalla critica con alcuni distinguo sulla cronologia, che oscilla tra la fine del Duecento e i primi due decenni del Trecento, fino ad arrivare a dopo il 1320.
Il restauro di Carusi ha consentito il recupero delle due storie nel laterale destro, al costo della totale rimozione della soprastante Flagellazione, parte di un rimaneggiamento più ampio, imputabile a un già cattivo stato di conservazione, effettuato nel 1662 o nel 1663, come riportava l’iscrizione in basso al tabellone che dice la croce “Restaurata” in quell’anno, ma la cifra non è purtroppo più leggibile almeno dal 2010. Nel laterale sinistro è stata mantenuta la scena seicentesca a olio con Cristo deriso, poiché la tavoletta sulla quale è dipinta ha sostituito quella originale. Delle due scene precedenti sono rimasti solo alcuni lacerti sull’asse verticale, riportati maggiormente in luce con l’attuale restauro, tra cui un braccio con una mano che pare spinta a terra, forse parte dell’episodio di Malco, per cui si può ipotizzare che in alto fosse la Cattura, mentre in basso, coerentemente con il soggetto della scena seicentesca, doveva esservi Cristo deriso.
Un altro intervento è riferito da alcuni studiosi a Giovan Battista Tempesti, pittore e fratello di Ranieri, rettore dell’oratorio del Belvedere. Poiché la croce non era destinata a tale edificio, iniziato nel 1774 e consacrato nel 1781, si pensa che lo stesso Ranieri l’avesse recuperata da chiese vicine. Sulla base della presenza dell’arcangelo Michele nel clipeo, è stato ipotizzato potesse provenire dalla chiesa di San Michele a Crespina, oppure, per le disastrate vicende storiche che meglio giustificherebbero le precarie condizioni della croce, dall’antica pieve di San Martino e San Giovanni Battista in Val d’Isola a Tripalle (Crespina), che perse le funzioni battesimali nel 1460 e fu demolita nel 1892. Si può aggiungere che quest’ultima ipotesi come destinazione originaria è avvalorata dalla più rara presenza ai piedi della croce del Battista che, seppur in cattivo stato di conservazione, non risulta essere un riadattamento da una qui più comune figura di Pietro.
L’iconografia insiste sul significato eucaristico del sacrificio del giovanissimo Gesù, appena coperto dal perizoma trasparente, richiamato dal Battista con il cartiglio e dalle storie della Passione, riferite con i dolenti talvolta all’atelier e impaginate da un nastro rosso che corre anche ai bordi e contribuisce ad aumentare l’effetto arcaizzante del tipo istoriato.
La critica si è soffermata sul tema del riadattamento di una pittura già trecentesca nella struttura lignea duecentesca, considerando che potrebbe trattarsi di un reimpiego o della replica di un perduto modello venerato. Giustamente viene evidenziata l’inusuale soluzione nel tondo in aggetto all’incrocio delle assi, che comporta anche una trasformazione della tradizionale iconografia del busto di Cristo benedicente, di solito frontale nel clipeo sopra la cimasa, mentre qui – anche se manca il braccio destro alzato – è giovanile, ritratto di tre quarti e rivolto con sguardo partecipe verso la Vergine. Altre croci presentano una simile soluzione: il frammento oggi ad Avignone con l’immagine più integra e precedente del busto di Cristo benedicente, aggiunto nel 1976 al catalogo del Maestro di San Torpè proprio sulla base del confronto tipologico con la nostra opera; una malconcia croce in collezione privata, nota solo tramite fotografie, e la croce, ridipinta nel tardo Quattrocento, conservata nel deposito del museo pisano (inv. 5067).
Per quanto riguarda la croce del Belvedere, poiché il tondo sembra distinguersi da quello delle croci duecentesche per la vistosa sporgenza e perché tangente per un breve tratto all’incrocio delle assi, si può supporre che sia stato realizzato in tale forma per accogliere l’immagine del Cristo benedicente, messo in relazione con la Vergine dolente.
L’esecuzione della carpenteria arcaizzante potrebbe quindi essere contemporanea alla stesura pittorica.
Il restauro del 2025 conferma la qualità del modellato anatomico con sottili trapassi di chiaroscuro e la resa realistica della muscolatura. È stato rintracciato il punto dove finiva l’aureola del Crocifisso, che continuava dietro il braccio, assecondando l’effetto cadente del corpo. La ricucitura del laterale seicentesco ha consentito un riordino generale. Non essendo stata rinvenuta traccia di pittura precedente alla stesura trecentesca, è da escludere il reimpiego di un supporto già dipinto. Come già osservato dalla critica, i punzoni sono meccanici e perciò è presumibile che la croce segua il Polittico di Santa Caterina d’Alessandria di Simone Martini (1320).
La rinnovata leggibilità porta a confermare una datazione tra il 1320 e il 1325, in una fase avanzata dell’attività dell’artista, sotto cui si cela forse, come da più parti indicato, Vanni di Bindo, citato in documenti pisani almeno tra il 1302 e il 1318, in contatto con lo scultore Tino di Camaino, e forse ancora in vita nel 1339.
