Nella chiesa di San Giuseppe a Vibo Valentia è conservata una croce d’altare seicentesca di pregevole fattura, realizzata in legno e bronzo dorato. Il recente restauro e le analisi scientifiche ne hanno evidenziato l’alto valore artistico e la possibile relazione con altri arredi liturgici di ambito certosino.
La croce è formata da un supporto ligneo decorato con lastronatura a spina di pesce e arricchito da applicazioni metalliche realizzate con la tecnica della fusione a cera persa. I terminali dei bracci presentano volute ornamentali e teste alate di cherubini; in alto compare il Titulus Crucis «inri», in basso un teschio. Il Cristo, morto in croce ma privo di ferite, è scolpito con minuzia anatomica e senza enfasi sul dolore. Il panneggio del perizoma, trattenuto da una corda, è trattato con raffinatezza.
Per la tecnica esecutiva e la perizia della manifattura, tutti gli elementi in metallo sembrerebbero eseguiti dallo stesso artefice, per la cui realizzazione si era basato su disegno e modello di qualità artistica elevata. Il supporto ligneo presumibilmente non è originario, come suggerisce la mancanza di un corretto alloggiamento per la base.
Non esistono documenti sull’autore o la committenza, ma alcuni indizi storici ne suggeriscono una connessione con la certosa di Serra San Bruno, in particolare con il grande ciborio dell’altare maggiore della chiesa certosina, progettato da Cosimo Fanzago su commissione del priore Ambrogio Gasco (1627-1633), realizzato con la collaborazione di numerosi artisti dal 1631 per circa vent’anni e tra le opere più imponenti del Seicento meridionale.
Padre Giovanni Fiore, nella sua Calabria Illustrata (1743), cita “una gran Croce di terso cristallo” sotto il baldacchino dell’altare certosino. Dopo il terremoto del 1783 e la soppressione degli ordini religiosi (1807), molti elementi dell’altare furono dispersi. Parte del complesso fu ricollocata nella chiesa dell’Addolorata di Serra nel 1836, ma risultava già mutila, come segnalato dal conte Vito Capialbi, che menzionava anche la presenza, nel duomo di Monteleone (oggi Vibo Valentia), di statue, angeli, putti e altri elementi in bronzo dorato ritenuti appartenenti all’antico apparato certosino e che attualmente si conservano presso il Museo del Duomo.
La croce vibonese presenta notevoli affinità con il crocifisso bronzeo nella chiesa dell’Addolorata a Serra: pur con lievi differenze nei terminali e nel panneggio, entrambi sembrano derivare da uno stesso disegno. Panarello, ipotizzato che la croce in cristallo sia andata distrutta nel terremoto, ha inserito nel catalogo fanzaghiano la croce di Serra, i cui elementi metallici sarebbero stati rimontati su un nuovo supporto ligneo, collocandoli alla fase delle prime statue del ciborio realizzate su disegno e modello di Fanzago e affidate alla fusione di Raffaele Meittener; questo fa supporre anche per la croce di Vibo un’esecuzione affidata a un artista molto esperto tra coloro i quali ruotavano attorno a Fanzago per il cantiere serrese.
Un ulteriore indizio del legame tra la croce di Vibo e il mondo certosino, oltre ai già citati pezzi provenienti dall’altare ora nel Museo del Duomo, è la presenza nella sagrestia della chiesa di San Giuseppe della tomba di Dom Benedetto Tromby (1710- 1788), studioso certosino e autore della Storia critico- cronologica diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo ordine cartusiano (Napoli 1773-1779), che gestì il recupero del patrimonio artistico della certosa dopo il terremoto del 1783. Tornato a Monteleone negli ultimi anni della sua vita, potrebbe essere stato egli stesso a trasferire la croce a Vibo, dove oggi è collocata accanto alla sua sepoltura.
