La storia di quest’opera, una delle più ambiziose imprese scultoree dell’epoca neoclassica, si lega al progetto per un monumento equestre di Napoleone la cui grandezza doveva superare il Marco Aurelio. Il progetto fu sviluppato tra il 1806 e il 1810 e mai portato a compimento a causa dei mutamenti politici dell’epoca. Infatti, dopo la caduta dell’imperatore, su richiesta di Ferdinando I di Borbone, Canova trasformò quel primo modello in un monumento al padre Carlo III per la piazza del Plebiscito a Napoli, dove di fatto venne installato alcuni anni dopo la morte dell’artista.
Il secondo Cavallo colossale oggetto del restauro fu invece modellato tra il 1819 e il 1821 e destinato a un secondo monumento equestre, questa volta per Ferdinando I (IV di Borbone), per la medesima piazza. Tuttavia, alla morte dell’artista, avvenuta nel 1822, solo la parte equina risultava completata, mentre la figura del sovrano delle Due Sicilie venne realizzata in un secondo momento da altri, sulla base di disegni lasciati dallo scultore. Per entrambi i monumenti, Canova curò ogni minimo dettaglio dell’anatomia dell’animale, ritratto per la prima volta in movimento anziché in stasi; l’artista fece inoltre stendere personalmente una coloritura verde a finto bronzo, allo scopo di simulare l’effetto che l’opera avrebbe avuto una volta fusa in bronzo. Tale scelta, rara ma non insolita per l’artista, testimonia l’audacia sperimentale di Canova e la centralità che il gesso rivestiva nel suo processo creativo, non più considerato un semplice passaggio intermedio verso il marmo o il bronzo, ma opera compiuta e autonoma.
La scultura rimase nello studio romano di Canova fino al 1829, quando il fratellastro Giambattista Sartori fece spedire a Possagno tutti i beni di sua proprietà e, nel 1849, la donò al neonato Museo di Bassano. In tale occasione, il Cavallo colossale fu collocato nel salone sud dell’edificio (oggi Salone Canoviano), appositamente costruito per ospitare la collezione donata alla città.
Modificato sensibilmente in occasione della sua installazione a Bassano a metà Ottocento tanto nella struttura interna quanto nel suo aspetto estetico, il Cavallo colossale sopravvisse illeso ai bombardamenti che colpirono il museo nell’aprile del 1945. Nel 1969, per consentire alcuni lavori strutturali al salone che lo ospitava, fu disposto il suo smontaggio e il trasferimento nei depositi. L’opera fu sezionata malamente in numerosi frammenti, mentre l’anima metallica a fasciame installata in occasione del rimontaggio ottocentesco fu distrutta. La ricollocazione dell’opera non ebbe mai luogo e i frammenti, spostati più volte tra vari depositi, subirono nei decenni ulteriori danneggiamenti.
Il progetto di restauro – con la realizzazione di una nuova struttura interna, il recupero delle superfici e delle cromie originali e la realizzazione di un basamento tecnico con dissipatori antisismici – si è proposto non solo di ricomporre l’opera nel massimo rispetto del progetto canoviano, ma anche di restituire alla collettività, dopo oltre cinquant’anni e secondo un restauro a un tempo innovativo e filologico, una delle massime testimonianze dell’arte scultorea europea tra il XVIII e il XIX secolo.
