La preziosa urna appartiene all’Insigne Collegiata dei Santi Pietro e Orso e contiene la maggior parte delle sacre spoglie del santo confessore Orso, vissuto a cavallo dei secoli V e VI, il cui culto conosce un crescente sviluppo a partire dal XII secolo. In maniera concorde, diverse fonti indirette attestano che la cassa fu offerta da Guillaume de Lides (o de Lostan) junior, priore della collegiata dal 1349 al 1361, riferendo tuttavia a date diverse – 1358, 1359 e 1361 – la sua benedizione da parte del vescovo di Aosta Niccolò II Bersatori, documentato dal 1327 al 1361. Sulla base di quanto emerso dai riscontri, l’urna fu benedetta dal vescovo Bersatori il 21 luglio 1358 (altrove 1359), cui seguì il giorno successivo il trasferimento delle reliquie dall’antica cassa lignea alla nuova, a opera del priore de Lides.
Il recente intervento di restauro ha restituito la pregevole tecnica esecutiva del manufatto, espressa dal valore materico dei componenti e dalla perizia degli sbalzi, in combinazione con smalti traslucidi e opachi, oggi pervenuti in stato assai lacunoso.
Costituito da una grande cassa a parallelepipedo e da un coperchio a quattro spioventi, il reliquiario non presenta all’interno un’anima lignea a sostegno delle lamine, a differenza di altri manufatti di simile tipologia, risultando completamente autoportante.
Sul lato frontale si trovano il Cristo benedicente in mandorla, con ai piedi il donatore, e i santi Orso e Agostino; sul lato posteriore, la Vergine in trono col Bambino fra i santi Pietro e Paolo; su quelli minori, san Lorenzo e santo Stefano. Particolare raffinatezza presenta il tettuccio, che mostra carnosi racemi vegetali e clipei entro cui sono raffigurati i simboli del tetramorfo, uno per ogni lato.
La fortuna critica del manufatto si avvia con il Catalogo di Pietro Toesca nel 1911, godendo di una particolare attenzione da parte degli studiosi. Fondamentali risultano i contributi di Giovanni Romano, che fornisce gli elementi di contesto, validi tuttora, per l’inquadramento dell’opera: interrogandosi sulla temperie originatasi nel Trecento dal confronto/scontro tra influssi oltralpini e tendenze lombarde, Romano richiama per la cassa una fase precoce di penetrazione del gotico, ispirata dal giottismo assisiate e testimoniata in Piemonte dai cicli dipinti di Montiglio e Vezzolano. Due testimonianze vercellesi, partecipi di quel preciso clima culturale, sono prese a confronto: la statuetta argentea di sant’Eusebio (Museo del Tesoro), a cui si potranno aggiungere altre oreficerie prodotte a Vercelli intorno alla metà del Trecento, e la tomba di Tommaso Gallo in Sant’Andrea. Altrettanto importanti per le successive ipotesi attributive sono gli studi di Elena Rossetti Brezzi, che si concentrano sui rapporti tra il committente e Amedeo VI di Savoia, di cui era consigliere, e individuano nell’ambito della produzione di corte l’artefice della cassa, quell’Henequin documentato all’epoca a Chambéry.
Il panorama dell’oreficeria trecentesca valdostana deve ancora essere correttamente indagato; a questa lacuna si deve forse l’isolamento, più apparente che concreto, in cui si trova la cassa e l’incertezza nel ricondurla alla Valle d’Aosta, dove sono documentate botteghe orafe. Il linguaggio del manufatto esprime diversi riferimenti culturali, che sembrano corrispondere alla vivacità del contesto valdostano di metà Trecento sul quale fanno presa le novità figurative piemontesi e lombarde, come attesta la presenza del Maestro di Montiglio nella magna aula del castello di Quart.
Il Maestro della cassa di sant’Orso dimostra di possedere una forte e sfaccettata personalità, creando un’opera che colpisce per compiutezza e qualità: le figure paiono inondate di un’espressività pacata e quasi maestosa, che non si riconnette del tutto agli esiti della coeva scultura lignea, e da un naturalismo delicato, che fa eco alle ricerche della pittura non meno che a quelle della plastica monumentale.
In mancanza di confronti stilistici puntuali e di appigli documentari, l’appartenenza al territorio è suggerita da alcuni rimandi quali l’iconografia tipica di sant’Orso e le palmari citazioni del repertorio di ornati presenti sulle pareti di Quart.
