Nel 1952 Salvatore Aurigemma rinvenne quattro Cariatidi all’interno della vasca del Canopo di Villa Adriana. Fu lo stesso scopritore a farne realizzare i calchi in cemento e a farli collocare nella posizione odierna lungo il bordo del bacino, dove si suppone che le sculture si trovassero.
Repliche delle korai dell’Eretteo sull’Acropoli di Atene, le Cariatidi tiburtine forniscono informazioni aggiuntive rispetto agli originali, che mancano degli arti superiori: dalle copie infatti si desume come la mano sinistra tenesse un lembo del mantello e la destra la phiale, o coppa per libagioni.
Le statue, in marmo pentelico proveniente dall’Attica, sono state probabilmente lavorate o semplicemente rifinite nella stessa residenza tiburtina.
Esse hanno un’evidente funzione architettonica, come si desume dalla rigida verticalità e dal trattamento superiore della capigliatura che presenta un taglio netto per accogliere il capitello. Se le korai dell’Eretteo si inseriscono in un contesto sacrale, in quanto rappresentano le figlie dell’eroe Cecrope, di cui onorano e custodiscono la tomba, nella villa di Adriano le Cariatidi alludono probabilmente ad Atene quale riferimento ideale per l’imperatore.
L’esemplare oggetto di restauro replica il tipo C dell’Eretteo. La statua fu la prima a essere rinvenuta il 3 aprile 1952, rivolta a faccia in giù sul piano di fondo del Canopo con il capo a nord-ovest, a una distanza di 45,10 m circa dal limite meridionale del bacino e di 1,60 m da quello occidentale. Sul retro la scultura presenta una superficie piatta e poco definita.
La Cariatide è mutila della mano destra e delle dita della sinistra, mentre la testa risulta tagliata superiormente e presenta al centro un foro cilindrico per alloggiare il perno del capitello, non rinvenuto. Si osservano mancanze di minore entità sul panneggio e sulla punta del naso, diffuse abrasioni e leggeri graffi. La kore indossa peplo e mantello, con fibule sulle spalle, e i caratteristici sandali di età classica dalla suola alta e squadrata a un solo strato. Le braccia nude, distese lungo il corpo, presentano armille serpentiformi: il polso sinistro è unito da un puntello al panneggio; il braccio destro reggeva la phiale, di cui si individuano sul fianco gli attacchi. La statua insiste sulla gamba destra, del tutto nascosta dalle pieghe verticali del peplo, mentre la sinistra è leggermente portata in avanti.
Il volto presenta bocca dischiusa e naso dritto. I capelli sono acconciati in maniera elaborata, con caratteristiche ciocche calamistrate ai lati del volto.
Il restauro operato, finalizzato principalmente a restituire alla scultura stabilità strutturale, minata da lesioni e frammentarietà della base, ha permesso di individuare gli interventi conservativi precedenti.
La frattura passante sulla testa, consolidata e sigillata nell’attuale restauro, è visibile infatti nella documentazione d’archivio relativa alla scoperta ed è stata già oggetto di intervento con l’inserimento di perni in ferro, identificati tramite rilevatore di metalli. Integrazioni in malta e gesso sono state utilizzate inoltre per riconnettere la porzione di basamento rinvenuta distaccata dal resto, plausibilmente subito dopo il ritrovamento della scultura, al fine di sistemarla in posizione eretta. In merito a possibili tracce di policromia, sia l’analisi autoptica ravvicinata delle superfici sia l’utilizzo di tecniche analitiche non invasive hanno dato esito negativo.
Allo stato attuale non è possibile determinare se le sculture in origine fossero prive di policromia o se le tracce di colore siano andate perdute.
