Il calice, ornato da smalti eseguiti con la tecnica del traslucido, presenta un piede mistilineo, decorato da foglie sbalzate, alternate a sei formelle esalobate in cui sono raffigurati il sole, cui seguono, procedendo in senso antiorario, san Leonardo, san Giacomo il Maggiore, san Giovanni Battista, san Bartolomeo e san Michele Arcangelo. Sull’esile fusto corre l’iscrizione «hic c//alis fe//cit fi//eri iac//obus// franc/isci d//onadu//tii bat//tista//de nagn//e me fe(cit)». Più in alto, tra due fasce ornamentali con figure di uccelli che sembrano rapaci, si inserisce il nodo su cui si dispongono sei piastrine circolari che racchiudono l’imago pietatis e ai due lati i dolenti, san Giovanni nel ricorrente gesto di sorreggersi il capo con la mano e la più rara iconografia della Vergine che, distogliendo lo sguardo da Cristo, poggia il capo sulla spalla destra. Procedendo in senso orario, seguono san Francesco, riconoscibile dalle stimmate sul costato, san Paolo e san Pietro. Nel sottocoppa, i sei medaglioni ovali sono tutti dedicati alla santità femminile, la Maddalena e, proseguendo in senso antiorario, santa Caterina d’Alessandria, una santa di incerta identificazione, sant’Agata o santa Lucia, sant’Orsola, sant’Apollonia e santa Margherita d’Antiochia. Il riferimento alla tradizione senese, che ha il suo archetipo nel calice di Guccio di Mannaia, è stato già riconosciuto dalla critica. Diversamente dalle opere degli orafi senesi, però, l’iscrizione non è una maiuscola del sistema grafico moderno bensì una littera textualis con caratteristiche morfologiche ed esecutive transalpine, come ha notato Gabriella Pomaro, che ringrazio, a cui spetta anche l’aver riconosciuto che la terza lettera della parola interpretata finora come “Narne” non è una r, bensì una g, restituendo la lettura corretta in “Nagne”. Del resto il nome dell’orafo Battista da Narni non compare altrove, non è altrimenti documentato, né Narni risulta essere stata un centro di lavorazione di metalli preziosi. “De Nagne” potrebbe piuttosto riferirsi a un antroponimo anziché a un toponimo e Battista potrebbe identificarsi con Giovanni Battista Pascocci, orafo perugino, poiché “de Nagne”, a lui attribuito, potrebbe essere un riferimento a un membro della sua famiglia, Giovanni Pascocci, detto Gnagne, parola abbreviata in “Nagne” forse per mancanza di spazio, come risulta evidente dal fatto che l’incisore scrive anche sugli spigoli che di norma erano risparmiati. L’attribuzione del calice all’orafo perugino Giovanni Battista de Nagne, documentato come massaro degli orefici nel 1417, è compatibile con gli aspetti stilistici e tipologici del prezioso manufatto.
In attesa di ulteriori dati, si possono delineare alcuni tratti peculiari di questa bottega, non riconducibili ad area senese, come la modanatura a traforo che decora il piede. A tradire una formazione nordica di questa officina, oltre all’iscrizione, è l’imitazione degli smalti de plique, fenomeno attestato, tra l’altro, a Siena fin dal secondo decennio del Trecento. Nel caso in esame però l’emulazione non si limita solo all’ornato, ma replica significativamente anche il fondo verde brillante, tipico degli atelier parigini. Quanto al committente Iacobus Francisci Donadutii, un mercante di cui si hanno notizie dal 1411 al 1447, risulta plausibile l’intuizione di Mario D’Onofrio che lo collega a quel […]nello Francisci Donadutii, ricordato nel 1439 sulla facciata della cattedrale di Terni, insieme all’artefice del portale Giuliano da Milano, da un’iscrizione assimilabile a quella del calice al punto da poter ritenere che quest’ultimo sia stato realizzato intorno a quella data, ipotizzando la presenza del prezioso manufatto ab antiquo a Santa Maria Assunta.
