Il piccolo dipinto raffigurante l’Annunciazione, databile ai primi anni del XVI secolo, fu rinvenuto nel 1969 da Corrado Maltese e Renata Serra nella sagrestia della chiesa della Vergine Purissima di Iglesias, collocazione non originaria, in quanto l’edificio e l’annesso collegio furono costruiti per volere della Compagnia di Gesù presente a Iglesias a partire dal 1578.
Per le sue ridotte dimensioni, l’opera è stata interpretata come parte della predella di un retablo oggi perduto ed è attualmente conservata presso l’Episcopio di Iglesias.
L’assenza di documentazione archivistica relativa a committenza, autore e destinazione originaria ha determinato diverse ipotesi attributive, fondate principalmente su confronti stilistici. La maggior parte della critica ha assegnato l’opera al Maestro di Sanluri. Pusceddu la attribuisce invece al Maestro di Castelsardo, artista dallo studioso identificato con il pittore Joan Barceló II. Una terza ipotesi, avanzata da Scano Naitza, riconosce nell’autore una figura distinta e autonoma, più aggiornata e consapevole dei propri mezzi espressivi.
L’iconografia dell’Annunciazione è ricca di elementi simbolici e presenta un interessante sincretismo tra cultura cristiana e classica. La Vergine è collocata in una loggia architettonicamente elaborata, ornata da colonne con capitelli a piramide rovesciata. Sulla sinistra, un finto bassorilievo raffigura un angelo con cornucopia, simbolo pagano della fertilità. La resa del panneggio è caratterizzata da chiaroscuri netti e tratti spezzati, soprattutto nelle vesti dell’angelo e della Vergine, il cui manto presenta una caratteristica tonalità morat, ricorrente nella tavolozza del Maestro di Castelsardo. Le aureole dorate scorciate e la simbologia cromatica delle vesti angeliche (bianco, verde, rosso) richiamano le tre virtù teologali. Nello sfondo, l’arcangelo Michele combatte il drago, mentre nella lunetta superiore compaiono Adamo ed Eva tentati dal serpente, a suggello del tema teologico della vittoria del Bene sul Male. La raffigurazione di tarsie marmoree al posto dei tradizionali azulejos e la discreta padronanza prospettica – seppure con alcune incertezze – rivelano un’adesione a modelli italiani, mentre l’uso della pittura a olio e l’attenzione ai dettagli iconografici rimandano alla cultura figurativa fiamminga.
Il recente restauro e la campagna diagnostica preliminare hanno restituito leggibilità all’opera; l’indagine riflettografica ha rivelato un disegno preparatorio raffinato eseguito con grafite o carboncino. Il confronto con due tavolette di predella conservate nel Museo Diocesano di Ales, rinvenute nel 2005 e provenienti da San Gavino Monreale, ha permesso osservazioni puntuali: secondo Siddi, le somiglianze nelle lumeggiature di occhi e zigomi sono significative, tuttavia le differenze nel trattamento dei contorni e nella modulazione dei chiaroscuri suggeriscono una mano diversa.
Ulteriori raffronti sono stati condotti con i disegni preparatori del retablo di Sant’Eligio (attribuito al Maestro di Sanluri), dove il tratteggio diagonale per le ombre e i contorni sottili conferisce rigidità plastica, e con i retabli della Porziuncola, di Castelsardo e di Tuili, attribuiti al Maestro di Castelsardo, nei quali le ombre sono rese con un delicato tratto acquerellato, i contorni sono fortemente marcati e nelle prime due opere sono distinguibili nettamente iscrizioni in catalano con indicazioni cromatiche, verosimilmente destinate agli aiuti di bottega.
Alla luce delle analisi stilistiche e diagnostiche, appare plausibile l’ipotesi che l’autore dell’Annunciazione di Iglesias rappresenti una figura autonoma, capace di assimilare influenze italiane, iberiche e nordeuropee, e di reinterpretarle in una sintesi personale. L’opera si configura così come una delle più alte espressioni artistiche del Rinascimento sardo, non solo per la qualità esecutiva, ma anche per la complessità iconografica e la ricchezza delle soluzioni tecniche impiegate.
