Il disegno, di formato orizzontale molto allungato, raffigura la nona fatica di Ercole, quando i Greci guidati dall’eroe combatterono le Amazzoni per conquistare la cintura della loro regina Ippolita. L’opera è preparatoria, con alcune modifiche, per una delle fasce affrescate – con lo stesso soggetto – sotto le lunette della volta nella sala delle Aquile di Palazzo Te a Mantova. Realizzato a penna su carta avorio e inchiostro bruno acquerellato, il disegno è quadrettato a grafite nera per il trasporto su altra superficie.
La decorazione della sala delle Aquile, progettata da Giulio Romano e realizzata da aiuti tra il 1527 e il 1528, era concepita come un insieme composito di affreschi e stucchi, secondo un complesso programma iconografico con numerosi rimandi alla mitologia, forse alludendo alla rinascita culturale e politica di Mantova sotto il ducato di Federico Gonzaga, di cui questa sala era la camera da letto.
La scena impetuosa descrive i corpi dei Greci e delle Amazzoni avviluppati tra loro nella battaglia, e sembra ispirata, per il soggetto scelto, per il formato e per le modalità rappresentative, a uno schema narrativo ricorrente nei sarcofagi romani, segno in Giulio Romano dello spiccato interesse per l’antichità che aveva ereditato da Raffaello negli anni di vicinanza e collaborazione. Il soggetto della amazzonomachia si trova sul sarcofago databile al 160-170 d.C. oggi nel cortile ottagono dei Musei Vaticani: usato in passato come bacino per la fontana del Tigri, esso era già noto nel periodo dell’attività del nostro artista.
L’irruenza dei combattenti, lo slancio e la veemenza degli scontri trasmettono forza e concitazione, e la versione grafica conserva maggiore energia e vitalità rispetto alla scena affrescata, anche per la marcata fusione dei corpi delineata con un tratto sottile e dinamico di penna e inchiostro a definirne i contorni, e una delicata acquerellatura per esaltarne i chiaroscuri.
La filigrana del nostro disegno attesta una provenienza mantovana del foglio, avvalorando l’attribuzione a Giulio Romano, di cui si conoscono molti disegni realizzati con tecnica simile.
L’opera è davvero poco nota e proviene dalla collezione dei principi Corsini, formatasi dagli anni trenta del XVIII secolo per volontà di Lorenzo Corsini, poi papa Clemente XII (durata pontificato: 1730-1740) e del nipote cardinale Neri Maria (1685-1770). Questi acquistò il Palazzo Riario alla Lungara nel 1736 e ne affidò i lavori di ristrutturazione al grande architetto Ferdinando Fuga, creando anche la biblioteca, con la ricchissima collezione di disegni e stampe poi donata all’Accademia Nazionale dei Lincei, e dalla fine del XIX secolo in deposito permanente all’Istituto Centrale per la Grafica.
Il restauro ha stabilizzato il supporto cartaceo che era sottoposto a tensioni dovute a vecchi interventi, ha attenuato macchie e lacune e reso pienamente leggibile l’opera, valorizzandone l’alta qualità grafica. L’Amazzonomachia oggi si distingue come un artefatto originale e raro, un camaieu.
