La tavola, che in origine doveva costituire il centro di un trittico se non di un polittico, giunse a Brera il 10 giugno 1811 dalla chiesa di Sant’Agostino a Fossombrone.
Fino a oggi essa, rendendo ancora attuali le parole di Federico Zeri che nel 1961 ne descriveva l’ “austerità cupa e solenne di un idolo affumicato”, quasi scompariva agli occhi del visitatore nel fulgore dell’oro e delle tinte che caratterizza, a Brera, la cosiddetta ‘sala dei polittici marchigiani’.
Fino a oggi, perché l’attento restauro attuale ha alleggerito uno strato superficiale costituito da protettivi alterati, fosfati e ossalati, che non solo spegneva lo splendore delle tinte, ma rendeva impercettibili i passaggi di piani, sensibilissimi, che modellano le figure mortificando un’opera cruciale per il percorso del suo autore.
Bartolomeo di Tommaso ora non e certo tra i pittori più noti, ma, per dare conto del favore goduto mentre era in vita, si pensi che nel 1451 fu chiamato a lavorare in Vaticano da papa Niccolo V.
Figlio di un calzolaio di Foligno, al seguito degli spostamenti paterni legati al commercio del cuoio e dei pellami si formò nelle Marche. A partire dal 1425 e documentato ad Ancona, a Recanati e poi in Romagna, in rapporto con Olivuccio di Ceccarello e Pietro di Domenico da Montepulciano, i più importanti tra i maestri attivi ad Ancona a inizio Quattrocento.
Il dipinto di Brera, non datato, e una delle prime testimonianze della sua attività e ora ce ne racconta più chiaramente la formazione.
La Vergine, assisa su un trono parato da un drappo di damasco dietro al quale sono arrampicati otto minuscoli angeli in pose differenziate – come in varie opere di Olivuccio – adora un robusto Bambino che con la mano destra stringe probabilmente un cardellino, allusione alla futura Passione. Lo spazio è compresso ma il manto di Maria e seguito in tutte le sue pieghe e i suoi avvallamenti, con un andamento molle come nelle opere estreme di Pietro di Domenico.
Dalle parti meglio conservate possiamo capire che anche il volume dei corpi era plasticamente descritto con nitidi colpi di luce e i diversi materiali erano allusi con minuzia: cosi la fodera del manto, il broccato di velluto a due altezze che sta alle spalle del gruppo divino, il velo su cui e disteso il Bambino e che segue docile le pieghe del mantello.
La foglia metallica sia sul fondo (oro) sia nella veste della Madonna (argento) e lavorata a lunghe striature rettilinee poi variamente velate con lacche trasparenti, con un voluto effetto mimetico che testimonia anche la sensibilità di Bartolomeo nei confronti dell’opera di Gentile da Fabriano che, nel suo peregrinare tra le corti italiane, verso il 1420 era nuovamente passato – genio incantatore – nelle natie Marche.
Emanuela Daffra
