L’opera costituisce la vera e propria riscoperta di una porzione di affresco che si pensava perduto.
Proviene infatti da un gioiello barocco romano ormai scomparso: la cappella dell’Assunta, all’interno del Nobile Pontificio Collegio Clementino.
L’istituzione, fondata nel 1595 per volere di papa Clemente VIII, era rinomata per la sua eccellenza educativa e fu trasformata, dopo il 1870, nel Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II. Ben presto, la sede storica di piazza Nicosia si rivelò inadatta alle nuove esigenze e fu poi demolita nel 1936 a causa dell’ampliamento del lungotevere Marzio, comportando la perdita della cappella dell’Assunta. Questo capolavoro dell’architettura barocca era stato realizzato dal ticinese Carlo Fontana tra il 1686 e il 1687 con un esplicito riferimento alla chiesa dell’Assunta di Ariccia di Gian Lorenzo Bernini.
Il pittore, che decorò la cappella dell’Assunta su committenza dei padri somaschi, è un altro ticinese: Ludovico Antonio David, attivo a Lugano, Venezia e Roma, il quale lì dipinse sia la pala d’altare con l’Assunzione della Vergine (1688) sia l’affresco della cupola con la Storia dell’Incoronazione della Vergine nella gloria celeste (1694-1695), utilizzando criteri geometrici rigorosi e innovazioni ottiche nella rappresentazione della luce divina. Nella lanterna, portata dagli angeli come simbolo teologico del Templum Spiritus Sancti, il pittore s’ispirò alla cappella Avila di Antonio Gherardi in Santa Maria in Trastevere.
Artista colto, David fu profondamente influenzato dalla pittura di Correggio a Parma e, a Roma, da Baciccio, con il quale condivise l’attenzione per la luce e gli effetti delle ombre proiettate dalle figure. Inoltre, David descrisse meticolosamente l’iconografia, i giochi prospettici, le simmetrie e gli artifici ottici nella sua Dichiarazione della pittura della Cappella del Collegio Clementino di Roma, un trattato volto alla comprensione dell’apparato decorativo, al pari di quelli pubblicati per i dipinti di Filippo Gherardi a San Pantaleo, di Pietro da Cortona a Palazzo Barberini e di Andrea Pozzo per Sant’Ignazio.
Ecco come descrive Adamo, Eva e san Giovanni Battista, i soggetti raffigurati nell’opera ritrovata, disposti appena sotto l’Incoronazione, punto di vista principale della cupola: S’inchinano a’ piedi della Santiss. Vergine li nostri primi Parenti col pomo in mano, e mentre Adamo preme con la sinistra mano il petto in segno di spiacimento del commesso errore, Eva addita il sottosposto serpente, da cui fù ingannata, […].
Più sotto si vede Giovanni il Battista, che accenna il Redentore […]
Continua poi con una vivace descrizione iconografica degli attributi del battesimo: Due altri fanciulli con la suddetta figura; ma di maggiore età per variare le simetrie stanno vicini al Battista; de’ quali l’uno tenendo un bicchiero d’acqua in mano accenna d’esser’ in quel luogo pel Battesimo, e l’altro […] s’asciuga i capegli per dinotare il medesimo.
I due fanciulli, l’uno grondante acqua dai capelli e l’altro con il calice, sono disposti simmetricamente e sono ai vertici della base della piramide compositiva della “principal veduta”.
Prima del restauro, l’opera era costituita da due dipinti mobili separati, uno con la figura di Adamo, l’altro con quella di Eva. Tali dipinti erano su tela e collocati invertiti nell’imponente scalone della caserma “Giacomo Acqua”, sita in piazza del Popolo a Roma. La ricomposizione delle due porzioni in un’unica grande tela ha permesso anche il recupero della figura del Battista, divisa fra le due parti. In origine questi due dipinti erano stati eseguiti ad affresco, come si nota osservando sulla superficie pittorica, a una visione ravvicinata, l’incisione dai bordi arrotondati impressa sull’intonaco fresco, tecnica utilizzata per il trasporto del disegno dal cartone.
Attualmente l’opera è esposta all’interno della Caserma “Giacomo Acqua” di piazza del Popolo a Roma, sede del Comando Legione Carabinieri Lazio, ed è visitabile a richiesta
