L’abito tradizionale festivo femminile è conservato nel Museo della Cultura Arbëreshe del Comune di San Paolo Albanese, il più piccolo paese della Basilicata. L’allestimento museale dedica una particolare attenzione ai costumi tradizionali quali elementi di distinzione etnica e sociale, che varia in relazione all’età e allo stato civile. In questa prospettiva, l’abito tradizionale femminile presenta diversi tipi in base all’occasione d’uso: quotidiano, della donna nubile, festivo e matrimoniale, che si caratterizzano per una progressiva ricchezza. In particolare, l’abito festivo oggetto del restauro è costituito da un copricapo, kezë, di forma trapezoidale, dal fine decoro a rosette e viticci d’oro e d’argento, da cui pende un fiocco a forma di ventaglio, çofë, di tessuto damascato dai delicati ricami di fiori e farfalle, che copre la nuca. Questi ornamenti sono fermati sulla testa con due spilloni di filigrana d’argento, spingulla, impreziositi da tre pietre di colore azzurro, rosso e verde. L’acconciatura è realizzata per mezzo di una hjetulla, fettuccia bianca, intrecciata a mo’ di corona, këshetë, stretta dietro alla nuca. La pettinatura dei capelli prevede un intreccio tale da sorreggere una struttura ricca e pesante. A sinistra, pende una lunga strisciolina di pizzo bianco, napëzë, che, legata a uno dei due spilloni, arriva fino alla gonna, con significati precisi. Le parenti più vicine agli sposi la lasciano libera sopra la spalla, le altre invitate al corteo nuziale, invece, la fanno passare sotto il corpetto, fermandola alla vita con la cintura. La gonna rossa di lana, kamizollë, è caratterizzata da fittissime pieghe in vita e sostenuta da due bretelle. Per ottenere la larghezza e l’ondulazione desiderate, la cucitura richiedeva una notevole abilità. Sulla gonna sono cucite cinque fasce orizzontali in ginestra gialla, decorate con motivi ornamentali a forma di rombo con la goccia, pikëza, al centro di colore verde, usate dalle donne meno agiate. La presenza di fasce in tessuto di ginestra ne attesta l’antichità, distinguendole da altre parti dell’abito in cui questo materiale è ormai quasi del tutto assente.
In genere, le fasce sono di raso bianco e giallo e il loro numero indica la condizione sociale. Un’altra fascia terminale, taluni, di colore blu, più larga delle altre e damascata, è posta sull’orlo della gonna. La camicia, ljinjë, in cotone bianco, si differenzia dalla camicia d’uso quotidiano per l’applicazione sul petto di tre pizzi anziché due. Sulla camicia si indossa un corpetto, xhipun, di seta rossa laminato, ricamato con fili dorati e ornato con motivi decorativi complessi. Grazie a un’ampia apertura sul davanti, il corpetto lascia in vista i raffinati decori floreali della camicia. La fusciacca chiara in seta operata, brezë, è decorata con motivi floreali stilizzati in fili d’oro. Indossata alla vita, poteva essere anche più vistosa nell’abito matrimoniale. Questa particolare cintura si incrocia sul davanti sopra un drappo, vanderë, fermata da una spilla. La vandera, nata come elemento puramente pratico, ha gradualmente acquisito un ruolo estetico di grande raffinatezza coreografica. È presente, infine, un velo da chiesa, panë kljishe, sontuosamente ornato con fili metallici che disegnano fiori e foglie sulla stoffa azzurra. Nel costume femminile arbëresh, la scelta dei colori non è casuale, ma risponde a un bisogno emotivo legato al loro ruolo nella società. Ad esempio, in molte aree rurali albanesi, si predilige il rosso per celebrazioni felici e matrimoni. Il fascino di questi abiti risiede dunque nella ricchezza dei loro colori e nella purezza dei candidi merletti vaporosi e inamidati.
Il restauro ha reso possibile la comprensione dei materiali ripristinando le loro peculiarità originarie e contribuendo in modo significativo a preservare questo importante manufatto del patrimonio culturale arbëresh.
